Alle radici della immigrazione

GD*7578991Di ritorno da Bruxelles, dove aveva incontrato il rappresentante europeo per gli Affari esteri, Alfano ha parlato di risorse, di navi, di elicotteri e di uomini messi a disposizione dall’Unione europea, annunciando trionfalmente la sostituzione di Mare Nostrum con Frontex Plus.

In verità, non esiste ancora alcunché di definito, gli interventi degli altri Paesi della UE resteranno esclusivamente volontari e, in particolare, non appare chiarito se, quando il ministro dell’Interno fingerà di avere eliminato Mare Nostrum, l’innovazione consisterà nel fatto che a portare i clandestini sulle coste italiane non saranno più le navi della (ex) Marina Militare italiana, ma quelle della UE.

Infatti, sono a tutt’oggi totalmente indefiniti obiettivi e scenari di questa operazione europea che, seppure arretrerà il raggio d’azione delle navi, non appare orientata al respingimento ma, in ogni caso, al recupero e al trasferimento degli immigrati.

Le frontiere si proteggono, non si spalancano, ma ogni qual volta la destra propone misure securitarie per bloccare l’ingresso di immigrati nel Paese, la sinistra politically correct immediatamente afferma che l’immigrazione è “naturale” e chi la critica è razzista.

In realtà, l’immigrazione non è naturale, non è come un temporale estivo o un terremoto, ma è indotta come conseguenza dello squilibrio creato da un capitalismo che non rimane recluso all’interno dei confini nazionali ma si nutre, nella sua odierna forma di “capitalismo finanziario”, della libera circolazione di merci, capitali e “risorse umane” ed è assurto a dottrina dell’Unione europea e del sistema occidentale.

Eliminati gli ostacoli nazionali che frenavano la marcia del capitale, s’è affermato universalmente il principio del libero scambio, ma la libertà tanto sbandierata non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo, ma quella del capitale di dissolvere le identità nazionali e di schiacciare i popoli e i lavoratori.

Alla di base di tutto vi è la politica globalista che ha, di fatto, riproposto il vecchio colonialismo sotto altri nomi, al punto che Henry Kissinger, molto cinicamente, arrivò a sostenere che “La mondializzazione non è che il nuovo nome della politica egemonica americana”. Quindi, ogni volta che c’è stato, l’interventismo “umanitario” occidentale attraverso i prestiti animati dal Wto, dalla Banca mondiale o dal Fmi e dalle normative stipulate per la libera circolazione di capitali, non è stato mai fine a se stesso, perché quando l’occidente fa “riforme” in qualunque paese per “svilupparlo” l’obiettivo è sempre quello di indebitarlo – come avviene col rapporto debito pubblico/banche, dato che i prestiti vanno poi restituiti – al fine di legarlo indissolubilmente all’economia occidentale, il tutto senza servirsi per forza della violenza militare.

Lo si è visto di recente con la Grecia, ma la ricetta è vecchia di decenni.
Ad esempio, nei Paesi africani l’indebitamento estero fu il risultato di una politica di espropriazione del surplus da parte delle potenze coloniali, che così accumulavano maggior capitale al loro interno, che portò a un progressivo impoverimento e stagnazione del continente africano. Nella fase post- o neo-coloniale degli anni sessanta, il meccanismo perverso dell’indebitamento estero crebbe, in presenza soprattutto di una borghesia locale ridottissima e di recente costituzione nelle capitali del Paesi africani, sprovvista di una missione storica da compiere e confinata in un ruolo di sostegno ai governi, subordinata agli interessi del capitalismo occidentale (o dell’imperialismo sovietico) e con una dipendenza dalla tecnologia e dai prodotti esteri che portava a un ulteriore aggravamento del saldo delle partite correnti.

Con l’avvio dei nuovi scenari della cosiddetta “globalizzazione” da un modello di capitalismo organizzato territorialmente che mirava a espandersi progressivamente si passò a un capitalismo globale che esplose, intensificando le relazioni economiche, finanziarie, culturali e sociali, con la liberalizzazione di movimenti di capitale, ed emarginando selettivamente tutto quello che era al di fuori di questo circuito.

Alcuni potrebbero chiedersi come mai, dopo tutti i soldi che sono stati dati all’Africa, essa sia rimasta povera. Il fatto è che la povertà è frutto del nuovo sfruttamento, l’indebitamento estero che in Africa è ormai indebitamento strutturale.

Ancora nei primi anni del duemila, paesi come Camerun, Etiopia, Gambia, Guinea, Madagascar, Malawi, Mauritania, Senegal, Uganda e Zambia spendevano più per il servizio del debito che per l’istruzione o la sanità. E’ stato calcolato che l’Uganda ha speso, in media, negli ultimi anni 17 dollari pro capite all’anno per il servizio del debito estero, ma solo 3 dollari per le spese in campo sanitario.

È inevitabile che con l’indebitamento strutturale si creino processi di emigrazione, che indeboliscono ulteriormente quei paesi, dato che le loro risorse umane finiscono all’estero. Inoltre, il citato dissolvimento delle “nazionalità” descritto all’inizio è anch’esso frutto della globalizzazione neoliberista in corso, capace di usare al contempo il bastone dei bombardamenti in Siria, Libia o Iraq – destabilizzando aree come il Medio Oriente e il Nord Africa o l’Europa dell’Est – e la carota dei “diritti umani” – spingendo all’estremo lo scontro tra diseredati -.

E’ chiaro, infatti, che un’immigrazione incontrollata, non solo genera fenomeni naturali d’intolleranza e di rigetto, ma determina ostilità e divisione fomentando tra i lavoratori autoctoni sentimenti di paura, di ostilità e di razzismo contro i lavoratori immigrati. Tali sentimenti trovano un’eccellente terreno di cultura nella competizione al ribasso che si trovano automaticamente a esercitare i lavoratori immigrati, se gli accessi non sono controllati, calmierati e contingentati secondo precise regole.

Questo antagonismo è artificialmente mantenuto e amplificato dalla stampa, dai pulpiti e dalle caricature buoniste, accoglienti e politicamente corrette, in breve da tutti gli strumenti di cui dispongono le classi dominanti, che sfruttano abilmente certi fenomeni per scaricare sui lavoratori i costi della produzione (e attualmente delle crisi economiche) e per reclutare masse di scontenti da manovrare politicamente verso obiettivi socialmente disgreganti e antinazionali. Del resto un’umanità meticcia e conforme è l’aspirazione del nuovo ordine mondiale e lo strumento che permetterebbe ai capitalisti di accrescere e mantenere per sempre il loro il potere. E questi ultimi lo sanno molto bene.

Il progresso industriale, inoltre, riduce sempre più il numero degli operai necessari per mettere in moto una massa crescente di mezzi di produzione e aumenta, nello stesso tempo, la quantità di lavoro che l’operaio individuale deve fornire. Nella misura in cui sviluppa le potenzialità produttive e fa dunque ottenere più prodotti da meno lavoro, il sistema capitalista sviluppa anche i mezzi per ottenere più lavoro dal salariato, sia prolungando la sua giornata lavorativa, sia aumentando l’intensità del suo lavoro o ancora aumentando in apparenza il numero dei lavoratori impiegati ma rimpiazzando una forza superiore e più cara con più forze inferiori e meno care, l’uomo con la donna, l’adulto con l’adolescente e il bambino, un italiano con tre rumeni. Ecco diversi metodi per diminuire la richiesta di lavoro e rendere l’offerta sovrabbondante, in una parola per fabbricare un surplus di lavoro per la frazione dei salariati in servizio attivo e un eccesso di offerta, ingrossando i ranghi dei disoccupati e aumentando la pressione che questi esercitano sui primi, forzandoli a subire più docilmente il comando del capitale.

Non è un caso che al procedere incalzante dell’automazione e al realizzarsi delle “magnifiche sorti e progressive” non corrisponde nelle società occidentali un aumento di benessere ma, al contrario, le generazioni ultime intravedono un futuro sempre più cupo con orizzonti di precariato, di crescenti sacrifici, di riduzioni salariali, di contrazioni dei diritti e un arretramento generale di quel welfare che avrebbe dovuto caratterizzare lo stile di vita di una società opulenta e progredita.

Invece, con una destra impotente, il capitalcomunismo miete vittime in una popolazione ormai stremata e senza più referenti. Per un verso si persegue il progetto di un inquinamento razziale dell’Europa con massicce immissioni di popolazioni extraeuropee, per un altro verso si impongono restrizioni economiche asfissianti, cessioni di sovranità, tagli alla spesa sociale e alle tutele del lavoro.

L’importante è distrarre il popolo dalle vere cause della crisi, cioè il liberoscambismo predominante, e drogarlo col culto dei “diritti civili” (vedi i “progressisti” di Sel in Italia e Hollande in Francia con la legge Taubira), puntare tutti i riflettori su altre “emergenze” (i privilegi della casta, la sexy story di Berlusconi, la questione morale, il bullismo a scuola, i bamboccioni, gli stupri, il femminicidio, il genderismo, genitore 1 e 2, le inseminazioni eterologhe e le adozioni gay, ecc) e soffocare ogni dissenso col “politicamente corretto” antirazzista, antiomofobo, antixenofobo e antifascista.

Per questo, occorre essere sempre più coscienti che la soluzione ai guasti indotti dall’attuale indirizzo politico economico è quella di porre fine all’imperialismo tout court, quello militare (dall’Irak alla Siria, dall’Ucraina fino alle basi Nato in Europa) e quello economico-finanziario dell’Unione europea, del Fmi, della Bce, dell’Esm e degli scellerati trattati liberoscambisti come il GATT, TRIPs, TRIms e TTIP, atti a creare un ancor più devastante mercato comune euroamericano, adottando delle regole serie ed eque per governare il fenomeno del commercio mondiale e reagendo e respingendo tutte le nefaste ricadute economiche e sociali imposteci, non da un imponderabile evento naturale, ma dalle scelte globaliste e colonialiste della finanza internazionale.

Enrico Marino


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