I luoghi comuni della propaganda del Partito Unico Pro Euro

LUlivo-festeggia-lingresso-nellEuro-700x360In questo periodo siamo subissati dai media del sistema da una serie di argomenti e di concetti che sono falsi e contrari ad ogni logica ma vengono propinati per convincere i cittadini che viviamo nel migliore dei sistemi economici possibile e che ci sarà un futuro di ripresa e di progresso.
L’argomento principe è quello di sostenere che l’uscita dall’euro porterebbe il sistema economico italiano nel baratro, senza tenere conto di quella che è stata la reale storia dell’ingresso dell’Italia nella moneta unica e dei suoi precedenti.
In particolare i propagandisti dell’euro omettono di dire che la crescita esponenziale del debito si è dimostrato che è stata proprio legata all’adozione della moneta unica.
Se si osserva il rapporto deficit/Pil negli anni successivi all’ingresso nell’euro, si vede come questo sia aumentato proprio a causa dell’adozione di questa moneta in parallelo al fatto che la Banca d’Italia aveva perso la possibilità di intervenire sul mercato primario.
Gli stessi sostenitori ad oltranza dell’euro (il partito unico pro euro) adottano come primo effetto nefasto dell’uscita dell’Italia dall’euro sistema quello della svalutazione possibile in relazione al ritorno della nuova moneta.

In realtà questi sostenitori ad oltranza dell’euro (ben remunerati dal sistema dei media) nascondono quello che sarebbe il primo e principale vantaggio di un ritorno ad una moneta nazionale: l’Italia si riapproprierebbe in pieno della possibilità di attuare delle politiche economiche e di bilancio senza i vincoli esterni imposti dall’eurocrazia di Bruxelles e Francoforte.

Spiegato in termini semplici, lo Stato italiano non sarebbe più obbligato, come accade oggi a reperire una moneta straniera (l’euro) sui mercati, pagando alti interessi, per finanziare la propria spesa pubblica ma potrebbe emettere una propria moneta con la quale in parte sopperire alle proprie esigenze di cassa e d’altra parte emettere titoli di Stato da collocare sul mercato interno per reperire altre risorse dal risparmio nazionale.

Questo significa che un eventuale nuovo governo, che sia sganciato dai vincoli esterni, potrebbe varare una politica economica in funzione delle primarie esigenze nazionali che sono quelle di rilanciare una ripresa economica ed assorbire l’insopportabile livello di disoccupazione, con conseguente stimolo della domanda del mercato interno e ritorno della competitività delle imprese italiane non più oberate da una super moneta forte.

Risulta chiaro che questa sarebbe una politica espansiva, esattamente l’opposto delle politiche di austerità imposte dall’eurocrazia che vanno solo a vantaggio delle banche e della Germania.

Una condizione sarebbe però imprescindibile: il ritorno ad un Istituto di emissione pubblico, una Banca d’Italia o Banca Nazionale che abbia il compito di gestire l’emissione monetaria evitando di superare determinati parametri in modo da tenere sotto controllo il tasso di inflazione.

Questa sarebbe certo una manifestazione di indipendenza e di nuova sovranità nazionale ritrovata, una chimera fintanto che in questo disgraziato paese si continuano ad avere governi non eletti e sotto stretto controllo degli organismi finanziari sovranazionali (BCE, FMI, Commissione Europea) che dettano le regole in base agli interessi della grande finanza.

Si tratterebbe di un modello economico esattamente opposto a quello che sta attuando l’eurocrazia di Bruxelles e la BCE , modello neoliberista impostato esclusivamente sulla stabilità finanziaria secondo le esigenze e gli interessi degli organismi finanziari sovranazionali.

Un governo che sia espressione dell’interesse nazionale e non di interessi esterni avrebbe anche come primo punto la rinegoziazione dei trattati europei quali Mastricht, Libona, Fiscal Compact e MES/ESM fra tutti. Vedi:  Un’Europa senza euro

La rinegoziazione dei trattati sarebbe un atto doveroso in quanto tali trattati hanno di fatto limitato la sovranità nazionale e penalizzato il sistema economico e produttivo italiano apportando gravissimi danni e arrecando vantaggi ad altri paesi ed altri organismi finanziari che hanno accumulato profitti a scapito dell’Italia. Di conseguenza, essendo stata altresì violata la Costituzione a partire dall’art. 1,(“…l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro..) art. 3 La Sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti…”),dall’art. 41 (sulla finalità sociale dell’attività economica) e dal 43 (sui servizi pubblici essenziali), si dovrebbe aprire una azione di responsabilità nei confronti degli esponenti politici e governativi che hanno permesso lo scempio e la violazione del dettato costituzionale cedendo la sovranità del paese ad organismi esterni non elettivi. Non sarebbe difficile individuare i responsabili  poichè questi occupano ancora le alte cariche dello Stato ed alcuni di loro  hanno agito su delega di centrali finanziarie estere.

La stessa entità del debito pubblico, essendo di fatto impagabile, dovrebbe essere oggetto di rinegoziazione salvaguardando le posizioni dei creditori nazionali a scapito dei grandi organismi finanziari internazionali che hanno speculato a danno degli interessi italiani creando un sistema di interessi passivi predisposto per strozzare l’economia italiana.

Si potrebbe fare la storia di come si sia incrementato in misura abnorme il debito pubblico italiano da quando, nel 1981, la Banca d’Italia si separò dal Tesoro, per decreto di Andreatta e Ciampi, sollevando la stessa Banca dall’obbligo di acquistare i titoli di Stato e con l’effetto di far collocare questi sui mercati internazionali, con grande profitto delle grandi banche che effettuarono le loro operazioni speculative sui titoli di stato italiani determinando la crescita dei tassi di interesse che passarono dal 4% all’8% del PIL in meno di 4 anni (1981-1984). Superfluo indovinare chi ha macinato profitti da questa operazione e chi ne ha tratto beneficio. 

Fu quindi da quel momento si verificò l’impennata della spesa per gli interessi sul debito, debito pubblico che iniziò a crescere in maniera esponenziale passando dal 60% circa del PIL al 115% del PIL nel 1994 , successivamente toccando l’apice nel 95 con il 121%, seguita da una leggera discesa negli anni successivi, salvo poi risalire dopo l’entrata dell’Italia nell’euro sistema (2.001) e collocarsi al 131% attuale. (Vedi tabella)

Recriminare il passato serve ormai comunque a poco visto che ci troviamo sull’orlo di un precipizio nel quale ci sta sospingendo la grande finanza che comanda i mercati, detta le regole agli organismi preposti, nomina i fiduciari che le attuino o, in mancanza nomina dei personaggi di facciata che imbroglino i cittadini con vaghe promesse o con voto di scambio (tipo 80 euro in busta paga), rastrellando denaro dalle tasche del popolo e angariando le imprese con tassazione insostenibile. Ogni riferimento è puramente voluto.

Tutto questo non è casuale, come sosteniamo da tempo, ma è un piano preordinato da una elite finanziaria di potere che opera dietro le quinte e che ha già deciso da tempo la spoliazione delle risorse di questo paese (risparmio e patrimonio pubblico) e, con la scomparsa di buona parte dell’industria manifatturiera di piccole e medie dimensioni, la prossima omologazione al mercato unico, terreno ideale per le grandi multinazionali ed obiettivo fermamente voluto dalle centrali mondialiste di potere.

         di Luciano Lago


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