Gli U.S.A. e la retorica dei diritti umani

Gli interventi di cui parliamo sono ovviamente ben diversi dalle “guerre classiche”. Si tratta di azioni di destabilizzazione, manipolazione dell’opinione pubblica, finanziamento di gruppi eversivi e invio massiccio di contractors, cioè mercenari, attraverso le quali tentare di favorire il regime-change nei paesi di interesse geopolitico. Gli esempi delle “primavere arabe”, della Siria e dell’Ucraina sono i casi più eclatanti.

guantanamo2-730x365L’attuale crisi ucraina e l’evoluzione di scenari come quello afghano e siriano stanno riproponendo con forza il dibattito riguardo l’impalcatura ideologica che “determina” e giustifica le azioni internazionali degli USA. Gli States sono gli alfieri del mondo occidentale e del loro sistema di valori, dall’alto della posizione di superpotenza globale che ancora detengono nonostante le numerose difficoltà economiche e militari. Proprio la necessità di mantenere questo primato rimane il fattore centrale di ogni azione dell’esecutivo americano, al di là dei richiami ai diritti umani e alla democrazia, che caratterizzano la propaganda a stelle e strisce. Neanche Obama, nonostante un tempestivo Nobel per la pace e un generalizzato favore massmediatico, ha potuto (e voluto) discostarsi dalle linee guida del suo paese, necessariamente  aggressive. I conflitti durante la sua amministrazione  si sono susseguiti senza sosta, mentre l’utilizzo dei droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui condurre attacchi aerei, si è sestuplicato rispetto al periodo Bush.

Gli interventi di cui parliamo sono ovviamente ben diversi dalle “guerre classiche”. Si tratta di azioni di destabilizzazione, manipolazione dell’opinione pubblica, finanziamento di gruppi eversivi e invio massiccio dicontractors, cioè mercenari, attraverso le quali tentare di favorire il regime-change nei paesi di interesse geopolitico. Gli esempi delle “primavere arabe”, della Siria e dell’Ucraina sono i casi più eclatanti. Sottolineati ad esempio nel libro Obiettivo Siria di Tony Cartalucci e Nile Bowie. Il presidente Usa è stato solo il volto presentabile di questa politica interventista, in piena continuità con la tradizione americana di parte democratica. Pensiamo solo ai nomi di Wilson e Clinton. Ma Obama, oltre a confermare le discutibili premesse giuridiche dell’amministrazione Bush, è andato oltre. Nel 2013 si scoprì che aveva stabilito per le sue forze armate la possibilità di uccidere un cittadino americano all’estero (in qualsiasi paese), nel caso “un funzionario governativo di alto livello e ben informato” avesse deciso che l’obiettivo dell’assassinio fosse una figura importante di Al Qaeda. In continuità con l’idea repubblicana della “global war on terror”, la quale aveva sostanzialmente auto legittimato qualsiasi azione Usa in ogni contesto, giustificando la “difesa preventiva” contro il terrorismo “anche quando tempo e luogo dell’attacco sono incerti”. Unendo furbescamente concetti di diritto bellico (global war) e penale (terror).

Non stupisce però che sia la Corte Suprema statunitense, che diversi paesi a livello di diritto internazionale, contestino da tempo queste idee, anche se ovviamente con efficacia limitata. I paesi emergenti stanno facendo di tutto per acquisire voce e visibilità negli organismi internazionali, partendo spesso da premesse culturali ben diverse rispetto all’individualismo e al discorso sui diritti umani  dominante, di chiara matrice “occidentale”. I cosiddetti BRICS, sebbene alle prese con diverse problematiche sociali a livello interno, con la loro crescita esponenziale e aggressività economica stanno  minacciando gli Usa, oltre che la vecchia e stanca Europa.

Fatte queste premesse, risulta difficile intravedere nella retorica dei diritti umani un disegno volto alla pace e al progresso mondiale. Gli slanci della Dichiarazione Universale del 1948, che già poneva le basi per forme di monitoraggio collettivo dei comportamenti degli Stati, si sono evoluti attualmente nel concetto di Responsabilità di proteggere, usato (e abusato) dagli USA. Tanto che oggi, più che scenari idilliaci, sembra ricordare l’imperialismo delle parole di Kipling a proposito del “fardello dell’uomo bianco”.

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