De Gregorio: “Il Cavaliere mi pagò, ho deciso di parlare perché voglio rinascere”

Scusi senatore De Gregorio, ma lei i soldi da Berlusconi li ha presi o no?

«Certo che li ho presi. Così come ho chiarito con i magistrati».

Senatore, allora lei ha deciso di collaborare con i pm napoletani quando ha scoperto che non sarebbe stato più candidato, cioè eletto?

«Un’altra sciocchezza. Ai pm di Napoli ho consegnato una copia della raccomandata spedita il 19 settembre scorso a Berlusconi, Verdini, La Russa, Biondi e Alfano nella quale annunciavo che non era mio interesse ricandidarmi, che avrei fatto un passo indietro utile per il rinnovamento. Chiesi loro di dare spazio nelle liste a due giovani di Italiani nel Mondo, così come sancito da accordi sottoscritti da Berlusconi e Verdini nel 2009. Ancora il 19 dicembre Verdini mi ha proposto la candidatura che io ho rifiutato chiedendo in cambio un posto blindato in lista per un giovane dirigente di Italiani nel Mondo».

De Gregorio, un passo indietro maturato perché voleva essere libero di potersi difendere nelle inchieste accusando il presidente Berlusconi?

«Vuole sapere quando ho maturato la decisione di chiarire, raccontare, assumermi le mie responsabilità anche penali? Quando ho sognato mio padre che mi ha spronato a liberarmi dai miei fardelli, a diventare uomo libero per poter ricominciare».

Non perché rischiava l’incriminazione per riciclaggio con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione camorrista?

«È un’altra balla. Sono già a processo per riciclaggio semplice, senza aggravante e dimostrerò che ero una vittima di usura. In realtà ho maturato la scelta di collaborare nel momento in cui ho avvertito la consapevolezza che nel nuovo Parlamento una parte degli eletti avrebbe preteso una “Norimberga per i politici”. Non volevo passare alla storia come un senatore che esce con le manette da Palazzo Madama. Da libero cittadino, invece, mi consegnerò alla giustizia. Ho scritto ai pm napoletani che il giorno dopo lo scioglimento delle Camere sarei andato da loro. E così è successo…».

Con l’avvocato Ghedini lei si è mai consultato?

«L’incontrai nel maggio scorso preannunciandogli la mia decisione e chiedendogli un aiuto per il dopo. Avrei voluto che mi fosse finanziato un film sul genocidio del popolo curdo».

In uno degli interrogatori lei ha detto che si è combattuta una vera guerra per far cadere il governo Prodi, e ha fatto riferimento al ruolo degli americani….

«Sul punto non posso dire nulla. Aspettate e capirete perché ho parlato di guerra».

Lei rispondendo a Berlusconi ha detto che da tempo si sta preparando agli arresti domiciliari. Perché non ha chiesto la revoca della misura, come ha fatto Marco Milanese che l’ha ottenuta?

«Non l’ho fatto perché non voglio intorbidare il clima».

Chi è per lei Valter Lavitola, suo compagno di merendine?

«Gli ho fatto da compare di cresima. È un ragazzo diseducato alla vita. In testa ha il film del denaro, vuole diventare ricco come Silvio Berlusconi».

Intanto era consapevole che liberarsi dei suoi macigni avrebbe comportato l’incriminazione di Berlusconi?

«Sono nel giusto, non mi pongo il problema di inguaiare qualcuno. Forse qualcuno ha solidarizzato con me quando Reggio Calabria mi ha indagato per rapporti con la ’ndrangheta? Non ho ricevuto neppure una telefonata… Quando si è discusso al Senato la richiesta del mio arresto ho avuto la chiara sensazione che mi dovevo guardare da possibili traditori nel mio gruppo».

02/03/2013

http://www.lastampa.it/2013/03/02/italia/politica/il-cavaliere-mi-pago-ho-deciso-di-parlare-perche-voglio-rinascere-1Qm6Q9FL1FpFwRmmADBphP/pagina.html

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De Gregorio, “l’americano” che Fini voleva ministro

Tanto «bravo» nel far cadere il governo Prodi nel 2007, da meritarsi una candidatura a ministro della Difesa nel successivo governo Berlusconi. La storia di Sergio De Gregorio – l’ex senatore dell’Italia dei Valori che ha rivelato ai magistrati di essere stato corrotto dal Cavaliere con 3 milioni di euro – si aggiunge ogni giorno di nuovi particolari inquietanti. A rivelarli è stato lui stesso ai pm della procura di Napoli Henry John Woodcock e Enzo Piscitelli, raccontando nei dettagli dell’accordo che sottoscrisse il movimento Italiani nel Mondo con Forza Italia e di come fu abile nel sabotare per tutta la legislatura la maggioranza di centrosinistra. Si fece portare una volta in barella apposta alla camera per votare contro la fiducia: l’aveva promesso a Berlusconi.

Tale fu l’impegno e l’influenza su di lui degli Stati Uniti, che fu Gianfranco Fini, all’epoca alleato del Cav, a proporgli di diventare ministro della Difesa. «Sottoscritto il contratto con Berlusconi, nel 2006» ha ricordato De Gregorio «mi evidenziai come uno capace di gestire il ruolo che gli era stato affidato, cioè la presidenza della commissione Difesa, un ruolo politicamente alto fino al punto che Gianfranco Fini, che non aveva mai creduto che il governo Prodi potesse cadere, mi telefonò e mi disse: alla prossima ti facciamo ministro della Difesa…».

Ma dove stavano le capacità del senatore napoletano nell’opporsi al governo Prodi? Perché Berlusconi – che ora si ritrova indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti con una cassetta di sicurezza in Mps sequestrata- avrebbe deciso di consegnarli 2 milioni di euro in nero? De Gregorio, va ricordato, non è un personaggio qualunque, dal momento che nel corso di questi anni è rimasto coinvolto in indagini della criminalità organizzata, in storie di servizi segreti e depistaggi, operazioni poco chiare nel settore degli armamenti della Difesa e soprattutto un posto nella potente e ricca lobby italo-americana Nia-Pac, National Italian American Political Action Committee.

Pieno di conflitti di interesse oltreoceano (siedeva nel board del Nia-Pac con Vincent Genovese già vicepresidente esecutivo di Agusta Westland negli Stati Uniti ndr), ex giornalista, già coinvolto in un’indagine per riciclaggio dove c’era di mezzo la camorra, divenne celebre perché si ritrovò «per caso» sulla motonave Veracruz con il pentito per mafia Tommaso Buscetta, quello che Giovanni Falcone era andato a prendersi in America per scoperchiare i segreti della mafia.

Le foto uscirono su Oggi nell’estate del ’95. A quanto pare aveva ricevuto una soffiata da ambienti dei servizi segreti, che in un mondo o nell’altro «il senatore» di Italiani nel Mondo ha sempre bazzicato. Fu proprio lui a difendere nel novembre del 2006 il direttore del Sismi Niccolò Pollari, travolto dalla inchiesta sul sequestro di Abu Omar da parte di agenti della Cia.

All’epoca, da presidente della commissione Difesa, De Gregorio si faceva spesso «ventriloquo» di Pollari, millantando «campagne di trasparenza sui servizi segreti». Nel frattempo aveva anche il tempo di respingere i provvedimenti che il suo governo gli inviava periodicamente in commissione. Il lavoro di sabotatore iniziò subito, appena insediato a Montecitorio.

Chiede il pm nella richiesta alla giunta per le autorizzazioni alla camera: «In concreto in che modo avrebbe dovuto avvenire questo sabotaggio?». Risponde De Gregorio: «Attraverso una serie di azioni che avrebbero sicuramente indebolito il governo Prodi all’interno già della sua eterogeneità… Berlusconi aveva promosso un’operazione “libertà” per determinare con ogni modo possibile la fine del governo Prodi».

Ma nel verbale di oltre cento pagine, De Gregorio fa riferimento soprattutto ai suoi rapporti con ambienti Usa, anche diplomatici, sostenendo che da questi gli giungevano sollecitazioni perchè in un modo o nell’altro prendesse le distanze dalla maggioranza e contribuisse a determinare la caduta di Prodi. È proprio il senatore a spiegare ai pm come il suo obiettivo di ”frantumare” la maggioranza che sosteneva il Governo, all’epoca divisa anche sulla partecipazione italiana alla missione Nato in Afghanistan, passasse pure sui rapporti ‘privilegiati’ che avrebbe avuto con esponenti dell’amministrazione Usa.

«Le faccio l’esempio del luglio 2006” (il periodo in cui fu siglato l’accordo con Berlusconi, ndr) quando ”Rifondazione Comunista spingeva perchè non si rafforzasse il contingente militare in Afghanistan. Io – mette a verbale De Gregorio – feci una dichiarazione molto forte, dopo aver incontrato l’ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli e l’ambasciatore americano presso la Nato, presso l’ambasciata di via Veneto… feci una dichiarazione molto forte garantendo il mio personale appoggio. Ed era l’appoggio del presidente della commissione Difesa… fu un primo atto di una serie di comportamenti e di segnali politici” che mi portarono a ”frantumare i rapporti interni all’Unione ed era quello sostanzialmente l’obiettivo dell’operazione liberta».

Non solo. De Gregorio in commissione stoppava pure acquisti di armamenti militari, lui che siedeva nel board di una lobby italo americano con un esponente di spicco dell’Agusta Westland come Genovese. In quegli anni a capo dell’azienda di Vergiate c’era l’ex amministratore di Finmeccanica Giuseppe Orsi, ora in carcere a Busto Arsizio per corruzione internazionale per una commessa di elicotteri in India.

«Non ho comprato e venduto elicotteri» ha detto De Gregorio ai magistrati di Napoli che indagano pure sulle tangenti della holding della Difesa «se l’avessi fatto ve ne sareste accorti, non ho trafficato in carro armati, non ho chiesto di fare affari all’estero». Certo,  a questo – secondo la procura- ci pensava l’amico e faccendiere Walter Lavitola, che gli consegnò per conto di Berlusconi i 2 milioni di euro in contanti: caso vuole che Walterino sia in carcere proprio per il suo ruolo di intermediatore in Finmeccanica.

Alessandro Da Rold

2 marzo 2013

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/de-gregorio-l-americano-che-fini-voleva-ministro#ixzz2MODP55A2

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De Gregorio: contro Prodi pressioni anche dagli Usa

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2013/03/01/APYtfssE-pressioni_gregorio_contro.shtml

Napoli – Pressioni anche da ambienti statunitensi, oltre che dall’allora leader dell’opposizione Silvio Berlusconi, per far cadere il governo Prodi: ne parla Sergio De Gregorio, destinatario delle presunte pressioni quando era presidente della Commissione Difesa di Palazzo Madama, in un interrogatorio reso nei mesi scorsi ai pm di Napoli.

Nel verbale – che figura tra gli atti allegati alla richiesta di autorizzazione «a svolgere perquisizioni locali e ad acquisire tabulati» telefonici nei confronti di Berlusconi, inviata ieri alla Camera – De Gregorio fa riferimento ai suoi rapporti con ambienti Usa, anche diplomatici, sostenendo che da questi gli giungevano sollecitazioni perché prendesse le distanze dalla maggioranza e contribuisse a determinare la caduta di Prodi. Un tassello, insomma, di quella `Operazione libertà´ che – secondo la confessione di De Gregorio e gli accertamenti dei pm di Napoli – è costata al centrosinistra la guida del Paese e al Cavaliere almeno tre milioni di euro, finiti nelle tasche di De Gregorio. È lo stesso senatore a spiegare ai pm come il suo obiettivo di «frantumare» la maggioranza che sosteneva il Governo, all’epoca divisa anche sulla partecipazione italiana alla missione Nato in Afghanistan, passasse pure sui rapporti `privilegiati´ che avrebbe avuto con esponenti dell’amministrazione Usa.

«Le faccio l’esempio del luglio 2006» (il periodo in cui fu siglato l’accordo con Berlusconi, ndr) quando «Rifondazione Comunista spingeva perché non si rafforzasse il contingente militare in Afghanistan. Io – mette a verbale De Gregorio – feci una dichiarazione molto forte, dopo aver incontrato l’ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli e l’ambasciatore americano presso la Nato, presso l’ambasciata di via Veneto… feci una dichiarazione molto forte garantendo il mio personale appoggio. Ed era l’appoggio del presidente della commissione Difesa… fu un primo atto di una serie di comportamenti e di segnali politici» che mi portarono a «frantumare i rapporti interni all’Unione ed era quello sostanzialmente l’obiettivo dell’operazione libertà».

Comportamenti che, stando a quanto racconta De Gregorio, gli fecero ottenere i ringraziamenti di Gianfranco Fini, allora nel Pdl. «Sottoscritto il contratto con Berlusconi… mi evidenziai come uno capace di gestire il ruolo che mi era stato affidato, cioé la presidenza della Commissione Difesa, come un ruolo politicamente alto fino al punto che Fini che non aveva mai creduto che il governo Prodi potesse cadere… mi telefonò e mi disse `alla prossima ti facciamo ministro della Difesa´».

Sul versante dell’inchiesta, i magistrati di Napoli non escludono di allargare in seguito le indagini anche ad «altri esponenti parlamentari dello schieramento politico» dell’allora maggioranza che, al pari di De Gregorio, potrebbero aver ricevuto «cospicue somme di denaro» per far cadere il Governo Prodi. È quanto si legge nelle carte dell’inchiesta, con la precisazione che questi parlamentari sono «in corso di precisa identificazione». Un filone d’inchiesta, quello di eventuali altre compravendite di senatori, su cui potrebbero però indagare procure diverse da quella di Napoli, tenuto conto del luogo dove sarebbe stato commesso il reato. Indagini «tuttora in corso» sono poi quelle sui conti bancari di De Gregorio: gli accertamenti fin qui svolti dal consulente tecnico dei pm di Napoli, infatti, hanno evidenziato «un movimento di contanti più ampio di quello oggetto della ricerca di riscontro» alle affermazioni dello stesso De Gregorio sui tre milioni avuti da Berlusconi. Gli inquirenti, dunque, vogliono fare luce anche su queste «residue somme». Nel frattempo il pool di magistrati attende di conoscere la decisione di Berlusconi che è stato convocato per rendere interrogatorio il 5 marzo prossimo. Non si sa, al momento, se i legali del Cavaliere abbiano preso contatto con i magistrati di Napoli. Berlusconi potrebbe decidere di non farsi interrogare, magari affidando a un memoriale la sua versione dei fatti. Sul versante della competenza, infine, è stato lo stesso pg della Cassazione a sciogliere il nodo: la competenza è della procura napoletana, perché è a Napoli che si è perfezionato il reato di corruzione ipotizzato per Berlusconi. I magistrati campani avevano inviato gli atti nella capitale ipotizzandone la competenza, ma la procura di Roma aveva sollevato un conflitto di competenza ritenendo che dovesse procedere quella di Napoli

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