Le origini dell’antiamericanismo neofascista

Nel secondo dopoguerra la scelta di civiltà antibolscevica ‘degrada a milizia antioperaia’, la Terza via tra comunismo e capitalismo a ‘semplice difesa dell’ordine costituito”, le istanze sociali a “sostegno per gli interessi più conservatori’. Il neofascismo degli anni ’50 così, si spoglia di ogni richiamo alternativo allo status quo. Si appiattisce nella rabbiosa difesa dell’esistente, dominato com’è dalla divorante paura del comunismo. Non più oltre, ma semplicemente indietro. Al carattere illiberale unisce quello conservatore, non senza, talora venature reazionarie”. Si apre così, con questo passaggio che riprende anche frasi tratte da “La destra italiana” di R. Chiarini, Marsiglio Ed. 1995, un importante saggio “L’antiamericanismo neofascista delle origini (1945 – 1954) pubblicato dalla prestigiosa rivista Nuova Storia Contemporanea N. 5 del settembre/ottobre 2011, ad opera del prof. Luca Tedesco, ricercatore storico e insegnate presso l’Università degli studi di Roma Tre.
Sono frasi che si possono sottoscrivere in pieno, parola per parola e che inchiodano per sempre al giudizio della Storia il neofascismo, quella degenerazione ideale, politica e storica del fenomeno fascista che pur con la Rsi aveva portato a compimento un percorso politico, sociale e ideologico più che ventennale ed aveva combattuto contro l’Occidente quella guerra del sangue contro l’oro, mostrando al mondo il suo messaggio di Civiltà.
Il neofascismo, viceversa, divenne ben presto tutt’altra cosa, un penoso anticomunismo viscerale, senza capo né coda, che morirà con il suo stesso nemico nel momento in cui, con la caduta del “muro”, verrà meno l’ “avversario di comodo”, in virtù del quale aveva potuto giustificare quasi mezzo secolo di nefandezze e tradimenti.
Ma ancor peggio il neofascismo diverrà la guardia armata, la truppa cammellata, a difesa della subordinazione del nostro paese al colonialismo americano, colonialismo che stravolse e sottomise l’Italia in ogni campo: da quello culturale ed esistenziale a quello economico, per finire a quello militare, subordinando, nel sistema Atlantico, tutti i nostri più alti comandi militari ai Comandi Nato e utilizzando elementi neofascisti o semplicemente di destra per le operazioni stay behind e per la costituzione delle cellule Gladio, fino a coinvolgerli nel tragico periodo storico che è passato sotto il nome di “strategia della tensione”.
Tutte situazioni queste che, dietro la scusa dell’anticomunismo e della difesa da una ipotetica invasione sovietica a Nord Est, in realtà avevano il compito di condurre una guerra non ortodossa per il mantenimento dello status quo e nell’interesse statunitense.
Era il risultato della spartizione dell’Europa decisa a Jalta, una divisione anche ideologica e strategica tra sovietici e occidentali che spaccò le popolazioni, i partiti e i governi di tutto il continente in partigiani della Nato e in partigiani del Patto di Varsavia, divorando ogni energia intellettuale, fisica e politica in un confronto che era funzionale soltanto ad entrambi gli occupanti.
Ma questi opposti schieramenti, Cortina di ferro e cosiddetto “mondo libero”, che furono la carta vincente per il mantenimento dello stato di asservimento dell’Europa, in attesa che tutta la civiltà europea venisse a poco a poco dissolta e snaturata (mondialismo), furono anche una vera e propria truffa, perché la sostanza degli accordi di Jalta, essendo di natura strategica, sia pur limitata nel tempo (è durata circa 40 anni), implicava la cooperazione reciproca per il mantenimento di quella suddivisione e la non ingerenza nelle aree geografiche di rispettivo dominio.
Ecco che allora le operazioni stay behind, l’occulta lotta tra Servizi Est – Ovest, la guerra non ortodossa, violenta e spaventosa che, quasi come una guerra vera, costò morti, feriti e disastri di ogni genere, aveva una funzione essenzialmente tattica, ovvero quella di impedire che le normali e inevitabili dinamiche storiche, i mai sopiti interessi geopolitici delle nazioni, potessero far defezionare dall’inquadramento nelle rispettive aree geografiche e dalla subordinazione così stabilita a Jalta, un qualsiasi paese assoggettato.
Se Jalta, d’altro canto, aveva una funzione strategica, questa non era contro il comunismo o i sovietici, ma finalizzata ad impedire ogni anelito di indipendenza delle nazioni Europee. In particolare in Italia, data la presenza del più forte partito comunista di occidente ed una radicata tradizione sindacale, le strategie Nato erano impegnate ad impedire con ogni mezzo che il nostro paese dovesse, non tanto passasse nel campo opposto, visto che come abbiamo detto americani e sovietici non si sarebbero mai fatti questo reciproco sgarro agli accordi di Jalta (gli americani non mossero un dito quando i sovietici furono costretti ad intervenire in Ungheria e Cecoslovacchia, così questi ultimi restarono indifferenti al colpo di stato dei Colonnelli greci orchestrato dalla Cia), quanto potesse indirizzarsi verso una politica autonoma, equidistante dai “blocchi” e foriera di un probabile disimpegno dalla Nato, proprio come aveva fatto De Gaulle.
Certo gli americani erano permeati di un radicato anticomunismo viscerale, anche se dietro le quinte soffiavano negli Usa potenti lobby e correnti mondialiste, che, viceversa, tendevano a diffondere una ideologia neoradicale nel resto del mondo e a strutturare i paesi occidentali su modelli progressisti al fine di superare vecchie tradizioni e culture peculiari a questi paesi destinati ad essere assorbiti in un Nuova Ordine Mondiale. Ma l’anticomunismo americano, iniziava e finiva, nel momento in cui veniva garantita l’ingessatura del nostro paese nel sistema Nato, cosa questa che faceva uscire di senno i loro “servi sciocchi” ovverosia i neofascisti e le destre in genere, che dopo essere state utilizzate per ogni più sporca incombenza, dopo avergli promesso “misure di emergenza” o magari “colpi di stato”, si vedevano sempre e puntualmente scaricate, in quanto oltretutto non affidabili, e quindi non se ne facevano una ragione pretendendo di voler insegnare loro, agli americani, come si doveva fare contro il comunismo. Se non fosse tragico ci sarebbe da sbellicarsi dal ridere.
Rievocato e precisato tutto questo, torniamo alla ricerca storica dell’autore.
Il prof. Luca Tedesco ricostruisce tutte quelle “voci” del neofascismo, ma forse sarebbe più opportuno definirle dei reduci del fascismo, che dal dopoguerra ai primi anni ’50 si batterono contro la svolta di “destra” al loro interno, contro l’atteggiamento filo americano e filo atlantica che finì poi per risultare preponderante.
La sua ricerca, e questo in un certo senso è un limite, si base essenzialmente sui fogli e giornali neofascisti di prima e dopo la nascita del Msi quando “ancora agli inizi degli anni Cinquanta nascono pubblicazioni, che riferibili agli ambienti saloini, socialisteggianti e delle correnti di sinistra del neofascismo non si pongono affatto come obiettivo la difesa dell’ordine costituito, liberaldemocratico e capitalista, e accusano anzi i moderati, anche quelli che operavano nelle fila neofasciste, di utilizzare strumentalmente la paura del comunismo e quindi la crociata antibolscevica a garanzia di quell’ordine”.
Seppur non esaustiva e comunque interessante seguire la ricostruzione storica dell’autore che rivela come la maggioranza dei reduci del fascismo e le nuove generazioni a questo avvicinatesi rifiutavano decisamente il destrismo.
Duole il cuore, rileggendo la stampa di questi fascisti anti americani e il constatare che proprio con costoro vi era la possibilità di organizzare in Italia una vera lotta di indipendenza, contro la Nato, una lotta che avrebbe potuto coinvolgere non solo aspetti politici (la “terza via”), ma anche sociali (il socialismo fascista della Rsi in contrapposizione con il liberismo del mondo occidentale) e culturali, ideologici (una visione della vita e del mondo opposta alla famigerata way of life americana).
Insomma, proprio, se non solo, i fascisti avrebbero potuto essere i veri avversari della Nato e non le sinistre che lo erano più che altro in virtù di una loro subordinazione agli interessi sovietici. E a dimostrazione di questo, possiamo constatare come, imploso il comunismo, una utopia al di fuori delle possibilità della natura umana, tutte le sinistre non hanno avuto più nulla da opporre al modernismo e al modello di vita occidentale e sono state quindi assorbite dalle ideologie neoradicali, i battistrada esistenziali e culturali del mondialismo.
Fu invece opera di questi neofascisti del dopoguerra scrivere, per la penna di L. Filippi, su la “Rivolta Ideale” dell’agosto 1949, la precisa sintesi dei guasti del materialismo deteriore americano. Si leggano stralci di questo articolo d’epoca nella sua prosa asciutta, senza troppe pretese intellettuali, ma proprio per questo tremendamente efficace e si consideri tutto quello che poi è accaduto in seguito, fino ai giorni nostri. Scriveva Rivolta Ideale:
”… le devastazioni materiali, per quanto tremende e stupidamente inutili, sono nulla in confronto alla devastazione morale portata fra noi dai costumi della repubblica stellata”. Il giornale quindi ricordò come le origini di questa “malattia morale” (l’americanismo) risalivano alla prima guerra mondiale, quando nonostante il loro scarso contribuito militare, gli americani seppero ingigantirlo grazie al cinema, e negli anni Venti poi:
“l’America apparve al vecchio mondo come il paradiso terrestre della felicità umana: là vi era il denaro, là vi erano guadagni, divertimenti, lusso, vita facile (…) Gli influssi americani si risentirono in tutta l’Europa e naturalmente anche in Italia Le conseguenze per noi furono: 1. la graduale sparizione del sentimento religioso, rimasto nei più come una tinta superficiale. 2. l’indebolimento dei vincoli familiari (…). 3. la diffusione del senso godereccio e spendereccio. 4. l’infatuazione fanatica del ballo e dei divertimenti mondani. 5. l’oscuramento del gusto artistico. 6. l’inclinazione alla vita comoda. 7. l’affannosa ricerca della sistemazione pratica, senza scrupoli di dignità e di morale. 8. l’aspirazione al guadagno comunque accumulato. 9. l’eclissi quasi totale del senso del dovere e del sacrificio. 10. la sparizione quasi totale di ogni disciplina interiore”.
Ma in quel secondo dopoguerra, le conseguenze di quella mentalità americana furono ancora più devastanti: “a osservarli questi signorini e queste signorine ci si sente cascare le braccia. La loro povertà interiore è spaventosa. La loro aridità spirituale fa pena (…) Somma eleganza per essi è farsi chiamare con i nomignoli che un tempo si affibbiavano ai cani (…) Parlano tutti, maschi e femmine lo stesso linguaggio sguaiato (…) Le loro letture vanno dai settimanali a fumetti a quelli a rotocalco con le storie sceme delle varie italiche Peverelli; se si arrischiano più in là, sono libri gialli e romanzi stranieri. Non amano il teatro di prosa, che è spettacolo d’arte e talvolta fa pensare, ma adorano il cinema e lo sport. Ignorano che la Duse fu una grande attrice che morì in miseria, ma conoscono vita e miracoli di Ingrid Bergman. Ignorano che il Foscolo morì in esilio, di fame e di nostalgia, per non aver voluto servire lo straniero, ma si accendono, gli sciagurati, per gli occhi di Tyrone Power. La musica per loro è quella dei balli negreschi, e Verdi e Beethoven sono degli illustri ignoti. La poesia è per loro rappresentata dai versi stupidi delle canzonette di moda, non da quelli del Carducci che infiammavano i nostri anni liceali”.
Consigliamo vivamente di leggere questo saggio di Nuova Storia Contemporanea, perché si potrà toccare con mano come, a poco a poco, venne dissolto e vanificato un grande patrimonio di idee e di energie che dovevano indirizzare i reduci del fascismo repubblicano verso un Fronte di Liberazione Nazionale, a tutto campo, contro il colonialismo americano.
Politicamente parlando l’autore dell’articolo riporta una giusta definizione di Marco Tarchi che definì l’antiamericanismo delle origini di carattere nazional patriottico, legato alle questioni del Diktat del trattato di Pace, di Trieste e delle ex colonie africane.
Una posizione questa, rileviamo noi, che poteva avere dei risvolti ambigui, in quanto subordinava quello che invece doveva essere una posizione naturale, netta e definitiva contro gli yankee, l’eventuale adesione italiana ad uno schieramento internazionale, piuttosto che ad un altro, al conseguimento di adeguate contropartite come per esempio il diritto dell’Italia a riarmarsi (una vera utopia), e alla amministrazione delle ex colonie, alla restituzione di Briga, Tenda, Trieste e dell’Istria.
Ancora nel 1950, ricorda l’autore, di fronte alla possibilità di una terza guerra mondiale, in seguito alla crisi coreana, la tendenza antiamericana anche in seno al Msi, riuscì a far approvare una mozione di fatto terzoforzista e terzomondista al Comitato centrale del partito. Giorgio Pini, che poi ovviamente abbandonerà questo partito oramai senza più speranza, prendendo spunto dal conflitto coreano riconobbe ai popoli asiatici il diritto “di decidere le loro questioni nazionali all’infuori di interventi stranieri”.
Furono gli ultimi disperati colpi di coda, di coloro che in seno a quel partito, nato marcio, cercavano di orientarlo correttamente. Ma di lì a poco, nel 1951, il segretario Augusto De Marsanich, divenuto tale dal gennaio precedente, abbandonò ogni equidistanza e rilanciò la corrente del filo “atlantismo condizionato” in nome di una difesa, disse con sottile astuzia, non tanto di una vaga nozione d’Occidente, ma di una civiltà europea “perché l’idea europea è ancora troppo debole per poter assicurare la difesa nazionale”.
Il terzo congresso missista che si tenne all’Aquila nel luglio del 1952, sancì così la vittoria degli “atlantisti” e la fuoriuscita dal partito di Pini e altri.
Non passarono molti anni che le mozioni di quel partito emanarono infami e vergognose mozioni a sostegno della guerra americana in Vietnam, dei Colonnelli greci, dei golpisti cileni, ecc. La discesa nella fogna atlantica era oramai assoluta e irreversibile.
Ma come è stato possibile, ci si chiede oggi, dove tocchiamo tutti con mano la pena e la gogna di una subordinazione alla Nato, la partecipazione a guerre che non ci appartengono in favore degli interessi americani, ma quel che è ancor peggio in difesa di quel mondialismo, di quel sistema di rapina rappresentato dalla usurocrazia bancaria internazionale, ci si chiede dicevamo, come è stato possibile che, fatte salve alcune rare e gloriose eccezioni, come ad esempio i fascisti della Federazione Nazionale Combattenti della Rsi, che si batterono sempre e comunque contro il sistema demo-liberale, contro la Nato e gli Usa, contro quell’aborto di partito reazionario e filo atlantico che era il Msi, il neofascismo venne trascinato nella abiezione morale e nel più servile ossequio alle direttive d’oltre oceano?
Possiamo darci tante risposte, possiamo analizzare la situazione sotto vari aspetti, ma per noi, da modesti ricercatori storici, comunque la si rigiri, la risposta si annida nella collusione con gli apparati dell’Oss americano, una collusione che riguardò tanti dirigenti di gruppi e movimenti neofascisti e quindi del partito missista sorto nel dicembre 1946, senza sottovalutare vari traffici massonici e di altra natura.
Furono questi personaggi che poterono contare su aiuti inconfessabili, su amicizie trasversali, su finanziamenti, protezioni e clientelismo d’accatto, che sbaraccarono ogni opposizione, che finirono per dissolvere certi ideali.
In una nazione uscita moralmente e materialmente devastata dalla guerra, laddove la vita riprendeva con gli standard imposti da un sistema democratico, regno dei furbi e dei guitti, non fu difficile per questi mascalzoni, falsi fascisti, come poi infatti si rivelarono tutti, ingannare e deviare una gran massa di seguaci, ex combattenti e giovani, verso le sponde della Destra e del filo atlantismo.
In un rapporto dei servizi segreti americani intitolato “Il movimento neofascista – 10 aprile 1946, segreto”, si legge: “I neofascisti intendono stabilire un contatto con le autorità americane per analizzare congiuntamente la situazione del paese. La questione politica italiana sarà quindi collocata nelle mani degli Stati Uniti”.
Fu così che nel dopoguerra gli americani avevano in mano o erano stati promotori, di “una miriade di formazioni eversive, spesso isolate, ma comunque poste agli ordini dell’arma, dell’esercito e delle prefetture, che agiscono su disposizioni precise dell’intelligence angloamericana”. E tutto questo trafficare sottotraccia, dietro l’abile regia di J. J. Angleton, avveniva all’insaputa di reduci e sinceri fascisti che credevano di lottare per la loro sopravvivenza e per riappropriarsi di uno spazio politico nell’Italia del dopoguerra.
Ancora oggi chi analizza la vergognosa “resa” del 27 aprile 1945 in cui incorsero i comandanti fascisti arrivati a Como, dietro Mussolini che nel frattempo si era portato poco più avanti sulle sponde del paesino lacustre di Menaggio e vi era rimasto bloccato, non può non constatare tutta una serie di cedimenti, se non di tradimenti, che sostanzialmente risalivano al desiderio di molti di questi fascisti di volersi arrendere agli Alleati con la speranza di riciclarsi, magari, come anticomunisti nel dopoguerra. E oggi ben sappiamo che molti contatti con l’Intelligence americana avvennero a guerra in corso.
Fatte alcune eccezioni, per esempio Franco Colombo, Pavolini, ecc., tra gli arrivati a Como vi erano molti pseudo fascisti di indole conservatrice che avevano aderito al fascismo perché questo aveva stroncato il bolscevismo e risollevato la nazione, dove i “treni arrivavano in orario e si poteva lasciare la porta di casa socchiusa senza paura dei malintenzionati. Ed avevano aderito alla Rsi per “riscattare l’onore della bandiera”. Ma poco o niente avevano percepito dei veri valori di vita del Fascismo, delle sue profonde riforme sociali e socialiste, di una guerra che principalmente era stata combattuta contro l’Occidente contro quel sistema di sfruttamento finanziario e capitalista, in una parola del sangue contro loro.
Finita la guerra, furono proprio questi reduci di ambigua estrazione ideologica, uniti ad altri mai stati fascisti, anzi anche assieme a qualche venticinqueluglista o ex monarchico, che si ritrovarono accumunati nell’opera di imbonimento e deviazione dei reduci fascisti della Rsi, pronti ad accaparrarsi i pochi, ma ghiotti posticini parlamentari che la mangiatoia democratica metteva loro a disposizione.
Il lavoro sporco fu agevolato dal clima dell’epoca, dal tanto sangue che era stato versato dai fascisti, massacrati dai “rossi” (ma non solo) nelle “radiose giornate”. Una caccia al fascista che era perdurata per mesi e mesi dopo la guerra, e che spinse molti fascisti in buona fede ad appoggiarsi a chi mostrava di voler contrastare il comunismo. Ma se questa “comunanza di interessi” poteva essere giustificata in via eccezionale, emotiva e transitoria, non poteva e non doveva essere procrastinata successivamente, soprattutto dopo che l’Italia, fatta entrare a forza nel sistema atlantico, veniva letteralmente subordinata agli Stati Uniti d’America.
Da quel momento la collusione con i Servizi, militari o civili, con lo Stato Maggiore, ecc., tutti nati dall’Italia badogliana, democratica e antifascista, subordinata alla Nato, sarebbe stata un vero e proprio tradimento degli interessi nazionali, in barba a quella Patria di cui ci si riempiva la bocca!
Nacque quindi il Msi, partito nel quale, in quei periodi difficili, tanti reduci, tanti giovani ci dedicarono anima, sangue e anni di galera, per vederlo poi a poco a poco trasformato nel peggior partito bottegaio, forcaiolo, conservatore e qualunquista, nonché filo americano del panorama politico italiano. In una parola in un partito squisitamente antifascista.
Al Msi fecero seguito svariati gruppi e movimenti cosiddetti “extraparlamentari”, che sembravano voler rappresentare chi in quel partito non intendeva più riconoscersi, ma che, sostanzialmente, invece, non erano altro che il “Msi fuori dal Msi”, visto che, più o meno, ne condividevano le posizioni di fondo della Destra e che, nonostante un apparente “non allineamento”, erano portati per vie traverse e sempre in virtù del solito anticomunismo, a schierarsi con l’Occidente, visto quale “male minore”, se non addirittura con Israele quale “ultimo baluardo dell’uomo bianco in Medio Oriente”.
Ed anche in questo periodo storico successivo, come inchieste della magistrature, sia pure a volte alquanto faziose o strumentali, confessioni di pentiti e dissociati, personaggi colti in flagranza di reato o rei confessi, esiti di processi, ecc., dimostrano che a fronte di una base composta da elementi generosi e in buona fede che in qualche modo e per altri versi potevano essere indirizzati verso una condotta politica non da truppe cammellate dell’atlantismo, vi erano dirigenti collusi con i soliti Servizi.
E il conto ancora una volta torna, in pieno, senza possibilità di sbagliare.

Di Maurizio Barozzi

Fonte:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12379

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