Sudan: neonato Sud sotto scacco del Nord

Il recente annuncio, fatto dal governo del neonato Sudan del Sud, di interrompere la produzione di petrolio ha preoccupato non poco le Nazioni Unite. La drastica decisione del governo è stata causata dal sequestro di alcune navi cisterna sudsudanesi da parte del Sudan, da cui il nove luglio scorso il Sud Sudan ottenne l’indipendenza, dopo anni di guerra civile. La disputa tra i due, culminata in queste due prove di forza, riguarda la trattativa sulla tariffa che il Sud Sudan deve pagare a Khartoum per ogni barile di petrolio che transita sul territorio sudanese, in quanto il nuovo stato non ha alcuno sbocco sul mare e quindi, per esportare il proprio greggio deve fare affidamento sulle infrastrutture del paese vicino.

La condizione economica del paese è tra le più disperate al mondo, anni di guerra civile hanno devastato le infrastrutture esistenti ed impedito la costruzione di nuove che, al contrario, sono state costruite al nord, quando ancora i due paesi erano uniti.

Dopo il referendum che ne ha sancito l’indipendenza, il governo di Juba si è trovato a gestire una situazione disastrata, con un paese che non aveva industrie, senza una rete di comunicazione stradale e ferroviaria adeguata e, soprattutto, senza raffinerie il che, in uno stato la cui economia è basata al 98% sull’esportazione di petrolio è un gravissimo handicap.

Ad aggravare la situazione ci si mette la geografia, il Sudan del Sud non ha uno sbocco sul mare e deve quindi appoggiarsi ai porti dei paesi limitrofi, Sudan ed Etiopia, per poter effettuare i suoi modesti scambi commerciali con l’estero.

L’unico oleodotto che consente al paese di esportare il proprio greggio all’estero è una tubazione di milleseicento chilometri costruita, quando il paese era ancora unito, dal governo sudanese e, in gran parte, da industrie cinesi.

Tubazione che passa attraverso il territorio controllato da Khartoum che, date le recenti avversità tra i due su come dovessero essere spartiti i proventi delle riserve petrolifere, per l’80% detenute dal Sud Sudan, ha posto una tassa di transito di trentadue dollari al barile, ovviamente rigettata da Juba che ha continuato ad estrarre e trasportare petrolio attraverso l’oleodotto fino sulle proprie navi cisterna, ormeggiate nel porto sudanese di Port Sudan.

All’ennesimo rifiuto del governo di Juba di pagare i debiti accumulati è scattato il sequestro delle navi sudsudanesi da parte delle autorità di Khartoum, sequestro giustificato come pagamento per i debiti non saldati.

La risposta di Juba è stata quindi l’interruzione dell’estrazione di greggio dai propri pozzi il che, in un paese i cui proventi derivano quasi interamente dal commercio petrolifero, può aggravare ulteriormente una situazione già di per sé tragica.

La popolazione vive, soprattutto nelle campagne, di un’agricoltura di sussistenza, se gli unici guadagni della nazione venissero meno, dice Valerie Amos, sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari, “In una situazione che è già estremamente precaria il rischio di un pericoloso declino è davvero reale”.

Il World Food Program dell’ONU ha stimato che quest’anno un terzo della popolazione del Sud Sudan avrà bisogno di aiuti alimentari e la condizione del paese potrebbe aggravarsi ulteriormente dopo queste dispute.

La situazione però non sembra in via di miglioramento, anche se la prossima settimana sono in programma nuovi incontri, sotto l’egida dell’Unione Africana, il Sud Sudan e il Sudan non sono ancora riusciti a giungere a un accordo sul transito petrolifero, si faranno però senza dubbio sentire, nei prossimi giorni, le spinte dei governi occidentali e soprattutto di quello cinese, stato questo tra i maggiori investitori nell’industria petrolifera del Sud Sudan.

Giacomo Dolzani

06/02/2012

Fonte: http://www.italiasociale.net/geopolitica12/geopolitica12-02-06.html

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