Fu il progetto di socializzare l’economia italiana a provocare la crisi del 25 luglio 1943?

Ci sono parecchi punti che non quadrano nella ricostruzione delle ultime vicende del fascismo, così come esse vengono interpretate dalla Vulgata storiografica oggi generalmente accettata a livello accademico. C’è qualcosa che non torna in una serie di episodi che, presi singolarmente, appaiono come delle pure e semplici anomalie, oppure delle curiose coincidenze; ma che, messi insieme e collegati fra loro, tendono a far emergere un quadro ermeneutico generale profondamente diverso da quello cui siamo stati abituati dalla maggior parte degli storici di professione. Bisogna pur dire che questi ultimi, rinforzati da una pletora di giornalisti e di storici improvvisati dell’ultima ora, si sono particolarmente concentrati nello sviscerare aspetti secondari, folcloristici, grotteschi o efferati degli ultimi anni del regime fascista e specialmente della Repubblica Sociale Italiana, lasciando un po’ in ombra aspetti molto più significativi ma, evidentemente, imbarazzanti per la Vulgata che ha deciso, una volta per tutte, che ogni possibile ragione stava da una parte sola – quella uscita poi vincente sul piano militare – e ogni torto dall’altra, quella risultata soccombente (ma non eravamo sempre stati consapevoli che la storia viene sempre scritta dai vincitori, a loro uso e consumo?).
È così che noi sappiamo di tutto e di più circa gli amori di Mussolini con Claretta Petacci; circa l’evanescente «tesoro» di Dongo; perfino circa i maneggi dei gerarchi come Grandi e Bottai per «scaricare» il Duce ormai irrimediabilmente “bruciato”; ma sappiamo ben poco circa i programmi di politica economica e sociale prima del 25 luglio e durante la R.S.I.; ben poco circa gli autentici retroscena della congiura (anzi, delle congiure) del 25 luglio; e nulla o quasi sui contatti, che pure vi furono, fra esponenti dell’entourage di Mussolini e del mondo socialista nel periodo 1943-45, nonché del ruolo ambiguo svolto dai grandi industriali e dai finanzieri i quali, dopo aver fatto lauti affari durante il Ventennio, tramarono poi dietro le quinte per preparare la defenestrazione di Mussolini nel 1943, nonché per precostituirsi un alibi antifascista nel 1945, onde sfuggire al temuto “redde rationem” di fronte al Governo repubblicano che sarebbe uscito dalla tragedia della guerra civile (operazione che poi, effettivamente, portarono a felice compimento: felice per loro, ben s’intende, a cominciare da Giovanni Agnelli e dalla F.I.A.T.).
Citiamo solo alcuni di quei tali fatti «strani», dei quali parlavamo sopra, e ai quali non è mai stata data una soddisfacente risposta in sede storiografica.
È soltanto un caso che le congiure del 25 luglio 1945 (quella dei fascisti «frondisti»; quella della monarchia; quella della finanza e della grande industria; quella della massoneria) abbiano preceduto di poco il dichiarato progetto di Mussolini di procedere alla socializzazione delle maggiori aziende italiane?
Ed è una semplice coincidenza che il mattino del 25 luglio, dopo il voto di sfiducia al Gran Consiglio del Fascismo e immediatamente prima dell’arresto da parte di Vittorio Emanuele III; Mussolini si incontrasse con l’ambasciatore giapponese Idaka, per formare una sorta di asse nell’Asse, una alleanza strategica Roma-Tokyo, con cui fare pressioni su Hitler affinché si convincesse della assoluta necessità di arrivare ad una pace di compromesso con l’Unione Sovietica, onde trasferire tutto lo sforzo bellico verso gli Alleati anglo-americani?
Ancora: come bisogna interpretare il fatto che socialisti di antica data, come Nicola Bombacci, scelsero di unire le proprie sorti a Mussolini proprio in quella esperienza politica – la Repubblica di Salò – che la Vulgata resistenziale ci ha sempre presentato come la quintessenza di un regime reazionario e antipopolare?
E come leggere la presenza del fratello di Alceste De Ambris, Amilcare, anarco-sindacalista come lui, nel sindacato fascista; tanto che, quando il «rosso» Tullio Cianetti (uno che aveva adoperato le squadre delle camicie nere, durante il biennio rosso, non solo per picchiare i socialcomunisti, ma anche gli stessi agrari!), venne nominato presidente della Confederazione dei Lavoratori dell’Industria, Amilcare De Ambris era stato prontamente nominato membro della Giunta esecutiva della Confederazione, con delega a sostituire il presidente?
Come spiegare che la legislazione sociale della R.S.I. fosse una delle più avanzate del mondo, dal punto di vista dei lavoratori, qualora non ci si accontenti della spiegazione tradizionale, secondo la quale si sarebbe trattato del classico espediente da Basso Impero per tentar di addomesticare le masse e confonderle circa la vera natura ed i veri scopi del regime medesimo?
Ed è soltanto una coincidenza il fatto che il fascismo, questo movimento politico che è sempre stato descritto, senza sfumature, puramente e semplicemente come il braccio armato degli agrari della Valle Padana e, in genere, delle forze reazionarie, sia andato a scegliersi il proprio capo carismatico tra le fine dell’estrema sinistra, nell’ala massimalista e rivoluzionaria del P.S.I.; e che, quando il suo regime era ormai agonizzante, un certo numero di socialisti della prima ora abbiamo scelto di tornare a lui, pur sapendo benissimo di legare il proprio destino a quello di un morituro?

A queste scomode domande, che – se prese sul serio – indubbiamente avrebbero l’effetto di incrinare le versioni di comodo che sono state date, in chiave manichea, sia del fascismo che dell’antifascismo, ha tentato di rispondere, con notevole coraggio e con rara onestà intellettuale, un dirigente di primo piano del P.S.I., che ha sempre mantenuto una sfera di dignitosa autonomia critica nei confronti della sinistra italiana, Enrico Landolfi; avanzando ipotesi e proposte di lavoro che mettono in crisi le nostre pigre certezze e le versioni preconfezionate cui, ormai, da decenni siamo abituati.
I suoi saggi storiografici dedicati all’ambiguo rapporto fra ideologia socialista e ideologia fascista e ad aspetti poco esplorati della politica sociale del fascismo, specialmente nel quadro dell’esperimento (rimasto in gran parte sulla carta) del corporativismo, come «terza via» fra capitalismo e marxismo, costituiscono una intelligente provocazione e sfidano tabù consolidati. Non ci sembra sia un caso che essi siano stati sostanzialmente ignorati dalla storiografia accademica, tanto più che ebbero la ventura di venir pubblicati in quel 1992 che segnò, insieme alla crisi della Prima Repubblica, la crisi irreversibile e la successiva dissoluzione del P.S.I.; ossia alla vigilia della instaurazione di quel duopolio politico (impropriamente chiamato bipolarismo) che ha fatto piazza pulita di tutte le concezioni «eretiche» dell’economia, della società e della cultura, sia dell’uno che dell’altro schieramento, realizzando una omologazione degli intellettuali quale non si era mai vista,  nemmeno nei peggiori anni della «guerra fredda».
Ma facciamo un passo alla volta.
La prima cosa sulla quale occorrerebbe riflettere con maggior serenità e con più sincero amore del vero, è la implicazione relativa alla definizione togliattiana – oggi largamente accettata  sia dagli storici di matrice liberale che socialcomunista – del fascismo come «movimento reazionario di massa». Un capolavoro di gesuitismo, un vero e proprio ossimoro: perché, se un movimento politico è «di massa», allora – sia esso reazionario quanto si vuole – è un frutto genuino e popolare di quella data società, in quel dato momento storico.
Insomma, delle due l’una: o si nega che il fascismo sia stato un movimento di massa, e si tenta di spiegarlo in chiave di pura e semplice dittatura reazionaria; oppure si ammette che sia stato un movimento di massa, e allora bisogna rivedere il concetto di «reazionario». Nella cultura politica attuale, reazionario é un sinonimo di borghese e padronale; ma, evidentemente, questa è una interpretazione del tutto inadeguata, perché il fascismo – o, quanto meno, il fascismo delle origini, quello di Piazza San Sepolcro (e con la «coda» della R. S. I.) – era antiborghese quanto lo era il socialismo: del quale, in effetti, costituisce una specie di “eresia”. Che, poi, durante il Ventennio, il «fascismo regime» abbia prevalso sul «fascismo movimento», venendo a un accomodamento con i tradizionali poteri ‘forti’ (monarchia, finanza, grande industria, agrari e Chiesa cattolica), questo è un altro discorso; non perciò ne ebbe a risentire la sua natura di massa: ché, anzi, durante il ventennio, e specialmente all’epoca dell’Impero, esso acquisì il massimo del consenso.
Dunque: se il fascismo fu un fenomeno di massa, esso fu meno reazionario di quel che oggi si sia disposti ad ammettere; o, quanto meno, bisogna ammettere che in esso esisteva un’anima popolare, antiborghese e di sinistra, che traeva origine dal sindacalismo rivoluzionario di matrice soreliana, la quale non si spense mai del tutto; e che, negli ultimi anni del regime, si fece strada per riemergere, come fu particolarmente evidente nella vicenda della R.S.I.

In particolare, Landolfi ha richiamato l’attenzione sul fatto che Mussolini venne defenestrato, in quella strana riunione del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 (e, poi, liquidato politicamente da Vittorio Emanuele III), mentre era sul punto di varare un vasto programma di socializzazione della grande industria e della grande proprietà (anche terriera), pressato dall’infaticabile Cianetti, che non si era mai rassegnato all’insabbiamento del programma corporativo.
Cianetti era un fascista di sinistra che, durante la guerra civile spagnola, simpatizzava intimamente con i lavoratori spagnoli che combattevano per la Repubblica; e che solo per ragioni di politica internazionale e per disciplina di partito si era acconciato a riconoscere nel governo franchista di Burgos il naturale interlocutore di quello di Roma. Godeva inoltre di importanti amicizie negli ambienti sindacalisti di Francia e Gran Bretagna, amicizie che non si erano del tutto interrotte neanche dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale; e già pensava, così come alcuni di questi suoi amici dell’area sindacalista e socialista internazionale, al problema della ricostruzione  morale e materiale dell’Europa, a guerra finita, nella prospettiva dei lavoratori e non in quella dei padroni.
È possibile, pertanto, leggere il complotto di Grandi e Bottai – soprattutto di Grandi, che era notoriamente un moderato e un anglofilo – come una manovra di quegli ambienti dell’alta borghesia,  presso i quali era trapelata la notizia del programma di socializzazione (e Landolfi ne individua anche il responsabile: il Ministro della Giustizia, De Marsico) e che vollero prevenire il colpo prima che fosse troppo tardi. Certo lo interpretò in quel modo lo stesso Cianetti che, dopo aver posto la sua firma sotto l’ordine del giorno Grandi, quella sera stessa dovette rendersi conto delle sue implicazioni reazionarie a livello di politica economico-sociale e si affrettò a ritirare la propria adesione, dissociandosi dall’iniziativa dei fascisti «moderati».
Si dirà che Mussolini, scegliendo l’estate (e, nei suoi progetti, l’autunno) del 1943 per avviare la socializzazione dell’economia, smentiva venti anni di collaborazione con le forze moderate, con l’alta borghesia e con gli agrari, ossia con quegli strati della società che ne avevano reso possibile la scalata al potere quasi incruenta nel 1922-25 e, perciò, bocciava sonoramente la sua politica e il suo regine: il che è vero. Si osserverà, inoltre, che fu solo il disastroso andamento delle vicende belliche, con la perdita del Nord Africa e l’imminenza dello sbarco angloamericano in Sicilia, che lo spinsero a imboccare la via di una decisa politica sociale che significava, in fondo, un ritorno agli ideali della sua giovinezza, all’epoca della militanza nel P.S.I.; che si trattò, in altre parole, anche di un espediente dettato da una situazione militare ormai gravemente compromessa: e anche questo è vero.
La storia, del resto, insegna che simili espedienti sociali, presi nell’imminenza di una catastrofe militare, non danno mai i frutti sperati. Dall’epoca della guerra greco-gotica, allorché Totila si decise tardivamente a liberare i servi dei latifondi italiani e perfino gli schiavi, per fronteggiare il ritorno offensivo dei Bizantini sostenuti dai ricchi senatori, non è mai accaduto che una radicale riforma sociale sia riuscita a salvare dalla dissoluzione un regime vacillante sotto la doppia spinta delle forse disgregatrici interne e della pressione militare esterna.
Ma questo è un altro discorso.
Si può, cioè, criticare il progetto mussoliniano e cianettiano della socializzazione come irrealistico e velleitario; ma non è storiograficamente corretto passarlo sotto silenzio o presentarlo unicamente come un espediente tattico; perché il fascismo di sinistra non era mai stato liquidato da Mussolini durante il Ventennio e una prova ne è la carriera dello stesso Cianetti, mai interrotta e culminata appunto nel 1943.
Va da sé che imboccare la via di una audace politica riformatrice significava, sul piano internazionale, accentuare il carattere antiborghese della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale e, viceversa, attenuare e – possibilmente  – comporre il conflitto con l’Unione Sovietica. Ma come fare, in una guerra che si era fortemente ideologizzata e che tendeva ad appiattire i distinguo delle diverse forze che componevano i due blocchi contrapposti? In altre parole: come far sì che l’Italia, che aveva spedito l’A.R.M.I.R. sul fronte russo in nome della «crociata antibolscevica» e che si trovava, dal punto di vista strategico e logistico, sempre più subordinata alla politica hitleriana, riuscisse a effettuare questo cambiamento di rotta?
Eppure, a ben guardare, bisogna riconoscere che, in tutti i sensi, un tale cambiamento di rotta corrispondeva ai veri interessi geopolitici dell’Italia. Il vero nemico, per l’Italia, era la Gran Bretagna (affiancata, poi, dagli Stati Uniti d’America): era essa che imprigionava la nostra flotta nel Mediterraneo; essa che controllava le chiavi strategiche di Gibilterra, Malta e Suez; essa che , alleata naturale del sionismo, si opponeva al panarabismo e, quindi, a una politica di espansione italiana in direzione del Medio Oriente (come si era visto anche nella vicenda del breve conflitto in Iraq, cui avevano partecipato forze aeree italo-tedesche). Ed era essa che, dopo El Alamein e dopo la caduta della Tunisia, minacciava ormai da vicino il territorio nazionale. Erano le fortezze volanti angloamericane che bombardavano spietatamente Milano, Torino, Genova, Napoli e la stessa Roma; non quelle sovietiche.
Perciò era perfettamente logico e rispondente agli interessi nazionali arrivare al più presto a una pace separata con l’Unione Sovietica e spostare il baricentro della guerra nel Mediterraneo, dove era lo spazio vitale dell’Italia e da dove veniva la minaccia diretta alla sua integrità e indipendenza, anche in senso economico e culturale.
Mussolini ne aveva già parlato con Hitler al convegno di Klessheim, ma non era riuscito a distoglierlo minimamente dalla sua convinzione di poter arrivare a una vittoria risolutiva sul fronte orientale. Strana convinzione, dopo Stalingrado; eppure, il dittatore tedesco riponeva ogni fiducia nell’Operazione “Zitadelle”, che sarebbe passata alla storia come la battaglia di Kursk (la più grande battaglia di carri armati della storia), nel luglio del 1943, ma che non si sarebbe risolta affatto nel senso da lui pronosticato, bensì con l’inizio di una inarrestabile ritirata tedesca.
Appunto per fare pressioni sul dittatore tedesco, Mussolini pensò di rafforzare i legami con il governo giapponese, tecnicamente neutrale rispetto all’Unione Sovietica: cortesia che aveva probabilmente salvato Mosca nel dicembre 1941 (consentendo ai Sovietici di portare in linea le trippe dislocate in Estremo Oriente), ma che Stalin non gli avrebbe ricambiato nell’agosto del 1945, allorché invase la Manciuria mentre già le bombe atomiche americane cadevano su Hiroshima e Nagasaki.
Ecco perché Mussolini si incontrò con Idaka, ambasciatore giapponese a Roma, la mattina del 25 luglio 1943: per aumentare la pressione su Hitler, onde convincerlo a intavolare trattative di pace con l’Unione Sovietica. Il Gran Consiglio del Fascismo lo aveva appena sfiduciato, votando un ordine del giorno che, col pretesto di restituire al re la responsabilità delle operazioni militari, di fatto significava la fine del suo sistema di potere; eppure Mussolini impiegava le sue ultime ore di libertà (sarebbe stato arrestato dai carabinieri quel pomeriggio stesso) per stabilire un’intesa con Tokyo, al fine di indurre Hitler a venire a patti con l’Unione Sovietica.
Tutto ciò sarebbe semplicemente stravagante, se non fosse la spia di una manovra politica complessa e articolata, mirante – fra l’altro – a restituire margini di autonomia al governo fascista nei confronti dell’ingombrante alleato tedesco, e a fare dell’Italia un punto di riferimento per quei Paesi minori dell’Asse – Bulgaria, Romania, Croazia, Ungheria, Slovacchia, Finlandia – che diffidavano, essi pure, della strapotenza germanica e che non si riconoscevano, sic et simpliciter, nel fanatismo razzista e reazionario delle S.S. e del «Reich millenario».
Queste forze, in realtà, esistevano. In Ungheria, per esempio, il movimento delle Croci Frecciate di Szalasi, non può essere sbrigativamente liquidato come una pura e semplice imitazione ungherese del nazismo, se non altro per i suoi tratti socialmente avanzati e tutt’altro che reazionari. In Romania, poi, il generale Antonescu non era mai stato amico dell’estrema destra; aveva, anzi, perseguitato in maniera spietata la Guardia di Ferro di Codreanu: si era alleato con Hitler solo quando, per ragioni interne, ma soprattutto internazionali (lo scontro imminente fra Germania e URSS, la quale ultima aveva sottratto alla Romania la Bessarabia e la Bucovina settentrionale)  non aveva potuto proprio farne a meno. Anche in Bulgaria covava un sensibile malcontento, nel corso del 1943, nei confronti dell’egemonia tedesca e della svolta militare sfavorevole impressa dalle battaglie di El Alamein e di Stalingrado.
Mussolini, dunque, nutriva forse la speranza – utopistica quanto si vuole – di riproporre un ruolo autonomo per l’Italia, mediante una accentuata politica sociale, che valesse sia a rimarcare una certa distanza ideologica dal nazismo – verso il quale, a partire dal 1938 e dalle leggi razziali, il fascismo si era eccessivamente appiattito -, sia a fungere da polo di attrazione per i membri minori del Tripartito; e questo, se possibile, grazie anche all’appoggio giapponese.
Col Giappone, l’Italia aveva in comune l’individuazione del nemico principale: l’asse Londra-Washington;  senza contare che, fra Giappone e Italia, non esistevano quei problemi di interferenza fra le reciproche sfere d’influenza, che esistevano – invece – fra Italia e Germania (ad esempio nei Balcani e nell’area danubiana, evidenziate dalla campagna contro la Jugoslavia e la Grecia della primavera 1941, e dalla conseguente spartizione del «bottino»).
Ceto, alla possibilità di giungere ad una pace fra l’Asse e l’Unione Sovietica si opponevano svariate ragioni, prima fra tutte il carattere al tempo stesso ideologico (bolscevismo contro nazismo) e «patriottico» della guerra tedesco-sovietica (la difesa della «Santa Russia», come ai tempi della Grande Armata di Napoleone).
Tuttavia, forse il progetto di Mussolini non era del tutto irrealizzabile, come poteva apparire a prima vista. Non si era forse realizzata una alleanza estremamente innaturale fra gli Angloamericani e i Sovietici, nonostante le radicali differenze ideologiche e nonostante le molte questioni aperte e le molte ragioni di conflittualità locale, come, ad esempio, per quanto riguardava il futuro della Polonia (per la difesa della quale, dopotutto, la guerra mondiale era stata scatenata, nel settembre del 1939)? E non è un fatto che, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, gravissime divergenze sarebbero esplose fra Sovietici e Angloamericani, sino al punto di portare i due blocchi sull’orlo di una nuova guerra  (in cui gli Americani avrebbero fatto ricorso all’arma atomica, come già era avvenuto nei confronti del Giappone)?

Scrive, dunque, Enrico Landolfi nel saggio «Benito Mussolini. L’altra faccia del pianeta fascista», che fa parte del suo volume «Rosso imperiale» (Chieti, Solfanelli Editore, 1993, pp. 58-65):

«Interessante (…) la sentenza cianettiana sulla situazione spagnola negli anni Trenta: “Infeudato al clero ed all’alta borghesia, il popolo spagnolo ha covato per anni una irrequietezza che è esplosa non appena il Paese è venuto a trovarsi privato improvvisamente di quelle catene tradizionali che lo avevano tenuto in soggezione…Il settore sociale italiano sentì subito il disagio di dover conciliare nel proprio spirito le esigenze della politica estera nazionale con le proprie ideologie e tendenze. A distanza di anni si può affermare che, se i sindacalisti italiani nutrivano preoccupazione ed ostilità per gli eccessi di Barcellona (come, del resto, le autorità repubblicane e le sinistre non violente, n. d. r.), non avevano certamente mole simpatie per Burgos (ossia per i rivoltosi della reazione franchista, n. d. r.)..In nessun consesso del Regime fascista s’è mai fatta un’impostazione chiarificatrice del conflitto spagnolo”.
Ora, queste cose Cianetti e cianettiani, Rossoni e rossoniani, le dicevano chiaramente, per così esprimerci, negli ambienti di regime, e di certo l’OVRA non avrà mancato di fare il suoi mestiere redigendo ben nutrite rapporti a chi di dovere (e Mussolini era particolarmente ghiotto di messaggi spionistici che, secondo lui, gli consentivano di tastare il polso del paese reale). Come mai, allora, nessun provvedimento – disciplinare, punitivo, o anche magari, un blocco del “cursus honorum” – venne posto in essere, per indurre a più savi consigli i ‘sinistri’ del PNF? Evidentemente essi, pur se privi di egemonia “sul presente”, godevano della occulta protezione dell’Inquilino di Palazzo Venezia.  Erano davvero, dunque, la carta di riserva che egli pensava di poter giocare in un indefinito futuro,  allorché fossero esplose una per una, o tutte insieme, le contraddizioni  latenti in quel vero ‘compromesso’, più o meno ‘storico’, stipulato con gli strati ed i vertici  tradizionali della società italiana? Nulla vieta di formulare una simile ipotesi.
Facendosi forte del segreto favore mussoliniano, che leggeva in filigrana, Cinanetti operò fervidamente per allacciare più relazioni possibili con la sinistra radicale e, perfino, politica dei paesi democratici..
“Il socialista francese prof. Milhaud mi disse, al termine di una visita alla confederazione e di un lunghissimo colloquio conclusivo: “Ma, in fondo, voi siete dei socialisti”.
Peraltro, dai commentari cianettiani scaturisce la rivelazione di qualcosa di veramente storico, di inedito, di inaudito, di inatteso. Un quid incorporato nelle oltre cinquecento fittissime pagine che, troppo tardivamente, hanno fatto gemere i torchi della Rizzoli. E questo in un paese dove falangi di storici, collaudati o improvvisati, si sono gettate sopra il ‘tema Mussolini’ cucinandolo in tutte le salse possibili e immaginabili sopra un incredibile numero di tonnellate di carta stampata.
La rivelazione è la seguente: nominato Ministro delle Corporazioni il 18 aprile 1943, il ‘socialista’ Cianetti ‘complottò’ con il suo duce per socializzare l’economia italiana. Nel pomeriggio di uno degli ultimi giorni di maggio venne ricevuto a Villa Torlonia dal capo convalescente, con il quale ebbe una lunga conversazione alla cui conclusione disse: “Infine desidero prospettarvi qualcosa di più importante in merito agli sviluppi della politica sociale.  In questi ultimi anni il Regime, per effetto della guerra, ha dovuto deviare da alcune linee maestre. La quasi carenza corporativa e l’enorme accrescimento dei complessi industriali hanno alterato, a danno dei lavoratori,  un equilibrio che potrebbe compromettere l’attuazione definitiva del corporativismo. La sistematica sottrazione delle questioni economiche alle Corporazioni, in massima parte affidate alle organizzazioni padronali, ha determinato il rafforzamento delle posizioni capitalistiche ed una tendenza versoi monopoli. Ricordo che qualche anno fa voi mi diceste che,  finché vivrete, non sorgeranno complessi della entità della FIAT e della Montecatini; purtroppo quel pericolo che volevate scongiurare esiste e si potrebbe dire che è già in atto, Vi chiedo pertanto che si dia valore e sostanza ad un principio già enunciato e cioè:  quando i complessi industriali superano un certo limite perdono il loro carattere privatistico ed assumono un aspetto pubblico e conseguentemente collettivo… Allora non c’è che un rimedio: stroncare la tendenza al monopolio  e socializzare le aziende più importati.”.
A questo punto Mussolini imperturbabile, la voce metallica, chiede al suo ministro più rivoluzionario: “Voi penate che siamo maturi per la socializzazione?”:  Risposta: “Penso che siamo in notevole ritardo, Duce… Avremo reazioni violente da parte di alcuni capitalisti, ma questi signori si devono convincere che oggi non si sfugge più al dilemma: o corporativismo o collettivismo.” Altra domanda del capo: “Sentite, Cianetti, nel 1937 voi mi presentaste uno studio sull’azionariato operaio e sulla partecipazione agli utili. Che ne pensate oggi?”. Puntualizzazione: “Duce, nel 1937b l’azionariato operaio sarebbe stato un gesto ardito ed importante, oggi non più. È vero che vi sono dei malinconici che pensano ad un’azione taumaturgica dell’azionariato; per mio conto vi dichiaro che lo ritengo utile, ma esso non può che rappresentare soltanto uno degli aspetti di una vasta azione sociale. L’azionariato troverà posto nel più vasto quadro della socializzazione.” E soggiunse il successore di Rossoni e di Razza alla testa della sinistra radicale: “Gli sottoposi alcuni fogli sui quali, in grande riservatezza, avevo tracciato pochi articoli da un progetto di legge. Mussolini lesse attentamente e poi disse: “si. È importantissimo: potremmo presentarlo al Consiglio dei Ministri nel mese di ottobre.  Replica di uno statista ristrutturatore che paventa gli indugi e i “mañana” come la peste: “No, Duce, mi permetto di insistere sull’urgenza del provvedimento… Vi propongo dunque di non andare oltre il mese di luglio o agosto”. Mussolini, che in fondo era d’accordo con l’uomo da lui stesso scelto e di cui non ignorava certo gli orientamenti, lo licenziò dicendogli: “Sta bene, parlate con il ministro della Giustizia e superate con lui gli ostacoli formali”.
Come tutti sappiamo, i Reali Carabinieri si incaricarono – secondo un copione di re Vittorio Emanuele,  per la regia del Ministro della Real Casa duca Acquarone  con la partecipazione straordinaria dei diciannove membri del Gran Consiglio del Fascismo fra cui lo stesso Cianetti, che però ritratterà il voto all’ordine del giorno Grandi riuscendo così a salvare la pelle – di mandare a monte l’operazione.  È troppo azzardato pensare che a far precipitare la sovrana decisione abbia contribuito , insieme alla disastrosa situazione militare, la prospettiva di un socializzazione ormai alle porte? Ma chi mai potrebbe aver informato il monarca della brusca e radicale, radicalissima, svolta a sinistra decisa dal capo del regime? È presto detto. Il Guardasigilli Alfredo De Marsico, un “azzurro” di stretta osservanza, di provenienza nazionalista, che amava definirsi “liberale del fascismo”, al quale il duce, con sconvolgente ingenuità, aveva indirizzato il Cianetti per concordare gli strumenti giuridici necessari.
Si tenga presente che negli ambienti di corte e della destra del regime già da un pezzo si stava all’erta. Allorché si trattò si sostituire la giovanissima ed inesperta medaglia d’oro Aldo Vidussoni alla segreteria del partito  il prescelto non fu Carlo Scorza, bensì Tullio Cianetti,  bollato nei circoli moderati come “il più rosso dei neri”. Ma per scongiurare la pericolosissima designazione si mossero anzitutto Ciano e Farinacci, poi, con ben più autorevolezza, lo stesso Savoia.  Mussolini finse di cedere chiamando a Palazzo Littorio Scorza e dirottando il quarantaquattrenne sindacalista di Assisi al ministero delle Corporazioni, così utilizzandolo, in un ruolo strategicamente più adeguato ai fini social-rivoluzionari.  Ma ormai l’evocazione sulla grande scena politica del “rosso Cianetti” aveva fatto scattare l’allarme del moderatismo sia nero che quirinalizio.
Un interrogativo che dovrebbe appassionare gli storici: come mai proprio nel momento  di massima crisi militare dell’Asse, soprattutto dell’Italia,  Benito Mussolini ritrovava le ‘spinte’ sovversive della giovinezza; si decideva a rompere i delicati equilibri del composto compromissorio realizzato nel ’22; caratterizzava  il “suo” fascismo come eresia del socialismo?
Secondo noi, Mussolini si era accorto che il suo peso non soltanto castrense, ma anche ideologico e, quindi, politico, entro l’alleanza italo-tedesca, andava vertiginosamente dissolvendosi, e con il suo quello dell’Italia e del fascismo. Aveva così divisato di recuperare spazio, prestigio, funzione-guida svolgendo nell’ambito europeo e del Tripartito un ruolo diverso da quello di Hitler, tutto sommato, e a dispetto delle chiacchiere sul cosiddetto “ordine nuovo”, di natura conservatrice, pangermanista, espansionista, di puro potere, esaustivamente razzista. Un ruolo, cioè, di sinistra, popolare, rivoluzionario, anticapitalista, che, fra l’altro, controbilanciasse le avversioni che nazismo e nazisti attiravano sulla coalizione italo-nippo-germanica con la brutalità dei loro metodi e convogliasse le simpatie dei popoli verso l’Italia gestita da un governo contestatore dei vecchi rapporti sociali e delle antiche egemonie.
L’aspetto diplomatico di tale audace e ambizioso disegno si esprimeva nella presa di posizione per una pace separata con l’URSS – da coinvolgere, magari, in una nuova solidarietà con la Germania e l’Italia – , al fine di concentrare tutto lo sforzo bellico nel bacino mediterraneo. Nell’aprile, al convegno di Klessheim, il duce si confrontò con il führer su questa prospettiva e non cavò un ragno dal buco. Puntò allora sui giapponesi.
La mattina del 25 giugno, cioè poche ore prima dell’arresto, ricevette a Palazzo Venezia l’ambasciatore nipponico Idaka, e lo pregò di informare i superiori del suo desiderio di essere appoggiato nello sforzo di indurre il Reich  ad una pace separata con l’URSS: In verità a Tokyo ormai da un pezzo si era persuasi della ragionevolezza della tesi di Mussolini, ma il dittatore nazista si diceva certo di avere la vittoria in tasca e così non se ne fece nulla.  Insomma, la socializzazione dovette essere rimandata al periodo di Salò e la pace con l’Unione Sovietica… a mai.
Lasciano al Lettore l’onere di stabilire quanto ci fosse di astratto, di fantastico, e quanto di ipotizzabile come suscettivo di essere posto a fondamento di una concreta azione politica in codesta progettualità mussoliniana. Il fatto, però, che il capo del fascismo l’abbia ripresa pari pari non appena fondata la effimera ma non insignificante, obiettivamente parlando, repubblica salodina, induce a ritenere che ci credesse davvero e che fosse deciso ad andare fino in fondo. Anzi, che tendesse a dilatare l’area sulla quale innestare il discorso rivoluzionario con il tentativo di coinvolgervi, in qualche modo, il partito socialista.
Ma affidiamoci alle parole di un esponente della sinistra fascista, lo storico e giornalista Bruno Spampanato: “Comunque, la socializzazione non fu improvvisata. Fu una cosa serissima come legge e come realizzazione. La preparazione del testo della legge, se si pensi alla sua importanza, batte un record per tutte le legislazioni anche straniere. Solo tre mesi prima, a Verona, si era parlato di socializzazione”. Ed ecco la filosofia che, sempre secondo Spampanato, è alla radice del revival socialista di Mussolini: “È anche l’ansia della creazione, che è l’impulso più spontaneo di un nuovo ordine. O l’anticipato proposito di gettare tra le gambe delle potenze capitalistiche, cui appartenevano gli eserciti invasori, le bombe sociali, come qualcuno scrisse. O l’istintiva e non confessata sensazione della fine, e il bisogno altrettanto istintivo di lasciare compiuto, almeno storicamente, il ciclo iniziato nel 1919 coi fasci di combattimento. Oppure la segreta intenzione di Mussolini di giocare un duplice pessimo tiro, alla borghesia capitalistica diventata antifascista, e ai socialcomunisti i quali – caduta una RSI – non avrebbero più potuto inventare quello che la repubblica mussoliniana aveva già codificato. Una di queste spiegazioni o tutte queste insieme.”
Dove l’ultima non sta in piedi; ed è talmente offensiva per Mussolini, che si stenta a crederla di marca fascista. Se infatti questo fosse stato il divisamento, egli sarebbe da considerare un cialtrone dissennato che, mentre tutto si dissolve nel fuoco di una immane tragedia, inventa le rivoluzioni sociali  al solo fine di giocare tiri birboni a dritta e a mancina. No, gli intenti di colui che sta al vertice della RSI sono drammaticamente seri,  tanto vero che vagheggia l’approccio con i socialisti per trasmetter loro i poteri.  E ciò mentre una tempesta di odio e di sangue spegne ogni voice conciliatrice  e abbatte ogni proposito unificante.
Ecco, velocemente, il totale della espugnazione socializzatrice del potere economico: 86 imprese socializzate, con 129 mila dipendenti, e 4 miliardi e 119 milioni di capitale.  A quell’epoca e in una sola parte, pur ampia e industrialmente significativa, dell’Italia.  E soltanto fino al 25 aprile ’45. Perché il programma era ben lungi dall’essere esaurito
Un memorialista… a temperatura ambiente, che le vicende di quella drammatica fioritura di socializzazioni aveva vissuto, scrive: “Il 22 marzo 1945 il Consiglio dei Ministri in apposita dichiarazione conferma la realizzazione durante la guerra del programma di Verona e, in particolare, la promulgazione  entro il 21 aprile 1945 dei decreti di socializzazione per tutte le aziende previste dalla normativa 375/44. Il 5 aprile 1945 il Direttorio del PFR ribadiva la dichiarazione del Consiglio dei Ministri riferendosi al punto 10 del manifesto di Verona concernente i limiti della proprietà , che non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini attraverso lo sfruttamento del loro lavoro ed affermando: “noi consideriamo che tale sfruttamento si verifica allorché l’azienda non è socializzata”.
Nello stesso documento il direttorio sosteneva la necessità di attuare la socializzazione anche nel campo agricolo per le aziende con lavoratori salariati e prevedeva il perfezionamento e l’aggiornamento della mezzadria e delle forme analoghe, nonché una maggiore partecipazione del mezzadro nella gestione dell’azienda e la tendenza costante a trasformare il bracciante in lavoratore associato  e in piccolo proprietario “ogni volta che ciò riesce compatibile con i fini generali  del progresso agricolo”.
Come è evidente, quella della socializzazione era una linea che aveva ormai attinto la psicologia, i toni, lo stile, i colori del credo , della fede, della mistica.
Il socialista Giancarlo Lehner afferma di essere persuaso che obiettivo di Mussolini fosse la “repubblica soviettista” e che lo avrebbe raggiunto ove le sorti del conflitto fossero state diverse. Non siamo del suo parere. Perché? Se davvero questo stato il suo divisamento, il tentativo di abbordare la sinistra, o una parte di essa, per consegnarle la RSI lo avrebbe esperito in direzione del PCI e non del PSI.  Come, e sia pure infruttuosamente, fece.»

Come si vede, l’analisi di Landolfi è minuziosa, ma anche cauta e storiograficamente ponderata; non accoglie, ad esempio, una parte delle tesi di Spampanato: ma non le accoglie – ecco il «peccato» che non gli è stato perdonato, evidentemente – perché non ammette che la politica di Mussolini, in quel crepuscolo del fascismo, fosse dettata unicamente da ragioni bassamente opportunistiche.
Essa implica, semmai, che il Mussolini del 1943-45 abbia effettuato non una svolta improvvisa e strumentale, ma una sorta di ritorno alle origini; o, quanto meno, un tentativo in quella disperazione – disperato fin che si vuole, ma pure, a suo modo, almeno parzialmente sincero.
Ma come ammettere una cosa del genere, se ormai la Vulgata ufficiale ha stabilito e deciso che Mussolini fu sempre e solo un uomo politico opportunista e privo di ideali; e che, in particolare, nel 1943-45 non fu altro che un malinconico burattino nelle mani dei Tedeschi?
Anche su quest’ultimo punto, in verità, vi sarebbero alcune cose importanti da dire (e lo faremo più ampiamente in un’altra sede): prima fra tutte che, secondo le concordi testimonianze storiche, Mussolini accettò di riprendere il potere nel settembre del 1943, dopo la cosiddetta liberazione dal Gran Sasso (che tanto liberazione non fu) non certo per avidità di potere, ché anzi non avrebbe desiderato altro che potersi ritirare a vita privata; ma per scongiurare all’Italia il durissimo  trattamento che, altrimenti, Hitler le avrebbe riservato.
Ma tant’è: dire queste cose, significa venire bollati immediatamente quali revisionisti o simpatizzanti occulti del fascismo. Gli animi degli intellettuali sono ancora talmente imbevuti di pregiudizi che è impossibile, senza essere tacciati di filofascismo, formulare un enunciato come il seguente: «nel fascismo vi era sempre stata anche un’anima di sinistra, e fu essa a prevalere nei suoi ultimi anni di vita; perché il fascismo è stato una eresia del marxismo, e la sua caduta ha soltanto preceduto – per le circostanze della seconda guerra mondiale – quella del suo parente stretto, il comunismo, al quale lo legava una impostazione di fondo antiborghese e anticapitalista e un medesimo retroterra filosofico: l’idealismo attualista per questo, l’hegelismo di sinistra  per quell’altro».
Allo stesso modo, è praticamente impossibile discutere della concezione politica di Hitler senza tracciarne un quadro mefistofelico e metastorico, attingendo a profusione alle categorie religiose dello scongiuro e dell’esecrazione, a meno che si sia disposti a essere dipinti immediatamente come dei simpatizzanti del nazismo.
E intellettuali con la schiena ben dritta, che siano disposti ad accettare ogni genere di criminalizzazione, pur di andare avanti alla ricerca della verità, senza fare sconti a nessuno, il convento ne passa pochi, di questi tempi.
Accontentiamoci.
E, in attesa di una stagione più propizia, rendiamo omaggio ai pochi studiosi che si sono dimostrati veramente liberi da ogni forma di ricatto ideologico: come è il caso di Enrico Landolfi.

Francesco Lamendola

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=22381

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