Jean Thiriart e la nostra Europa

Per tutta la vita, Jean Thiriart inseguì un grande sogno: l’Europa, non supina e suddita, ma libera, unita, armata e indipendente. Libera, dal vassallaggio russo e americano; unita, da Dublino a Vladivostok; armata, con un proprio arsenale atomico e con un Esercito popolare; e indipendente, dalla sudditanza alla Nato e al Patto di Varsavia. A 46 anni di distanza dalla prima traduzione italiana, di recente l’Avatar Éditions ha dato alle stampe una nuova edizione, completamente rivista e corretta, del libro più celebre di Thiriart: L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini, affidata alle attente cure di Giuseppe Spezzaferro.

Nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di stampo liberale, Thiriart è stato definito – a ragione – una delle figure più interessanti del pensiero anticonformista del Secondo dopoguerra per aver contribuito a formulare il progetto di un’Europa unita, alleata dei popoli del Terzo Mondo, nemica irriducibile degli Usa e del mondialismo, oramai imperante.

Fin da giovane, Thiriart aveva iniziato l’attività politica militando tra le fila della Jeune Garde Socialiste Unifièe e nella Union Socialiste Antifasciste. Successivamente collaborò con la società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aveva aderito all’Associazione Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori degli anglo-americani. Al termine della Seconda guerra mondiale, nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice penale belga. Condannato ad alcuni anni di carcere, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere. Tutto questo però non servì a piegare lo spirito del combattente e del politico.

Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart diede vita al Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a poco divenne il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea dell’unità europea, che non accetti la satellizzazione dell’Europa occidentale da parte degli Usa e non rinunci alla riunificazione dei territori dell’Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l’Ungheria”. Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto – come ricorda il prefatore – a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.

La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un’alleanza di minuscoli gruppi e piccoli movimenti nazionali, ma deve essere fin da principio un’organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che in breve tempo radunerà, attorno alle sue idee-forza, militanti in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra.

In linea con queste idee Thiriart redigerà il libro: L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini, edito di lì a poco (1964) in francese.

Per il pensatore belga l’Europa nazione non avrà connotazioni federaliste, in questo Thiriart è molto chiaro: l’Europa delle patrie, l’Europa federalista potrà esser utile solo in una prima fase. La vera Europa del futuro dovrà essere unitaria e sarà uno Stato più grande, qualcosa d’altro rispetto ai vecchi piccoli Stati, divisi in un insieme di minuscole patrie che rendono il nostro Continente vulnerabile al pensiero e al dominio dell’impero a stelle e strisce. L’Europa unita sarà una nazione modellata da una élite rivoluzionaria, formata da più razze di tre grandi famiglie: la slava, la germanica e la latino-mediterranea. L’esistenza nel seno dell’Europa d’una diversità di razze ci fa condannare – afferma Thiriart – solennemente e inequivocabilmente il razzismo. Il nazionalismo europeo è un avvenire in comune e coloro che riunirà saranno legati gli uni agli altri dall’identità del destino storico. Così l’Europa unita potrà cancellare le contraddizioni rappresentate dalle divisioni delle attuali frontiere politiche, etniche, linguistiche ed economiche.

Il nostro Continente finalmente affrancato dal dominio del dollaro dovrà avere degli alleati come l’Africa che, precisa Thiriart, “deve vivere in simbiosi con l’Europa giacché ne è la continuazione naturale. È nostro interesse associarci ai popoli dell’Africa ed aiutarli con i mezzi opportuni, a raggiungere quello sviluppo materiale e spirituale che li libererà dall’anarchia e permetterà loro, grazie a noi, una reale agiatezza economica”. E ancora, per quanto riguarda i rapporti con i Paesi d’Oltreoceano, l’America Latina “deve lottare come l’Europa, contro l’imperialismo yankee e contro la sovversione comunista. I nostri nemici sono gli stessi e possiamo affermare: tutto questo impone un’alleanza”. Importante anche il rapporto con il mondo arabo e la sua unità che costituisce “… un interesse parallelo a quello dell’Europa e non può né potrà mai rappresentare, per essa, un serio pericolo”.

Nei confronti degli Stati Uniti, ricorda l’autore, la prima fase della nostra azione sarà quella di affrancare l’Europa dalla tutela economica e militare yankee. Questa azione sarà condotta sino alla confisca dei beni americani, se gli accadimenti lo esigeranno. È importante, sottolinea ancora Thiriart, che l’Europa sia neutrale e potente, per questo “deve liberarsi dalla tutela statunitense”. Centrale nel pensiero dell’autore le origini antichissime dell’Europa e la sua civiltà contrapposta, secondo gli schemi esposti da Oswald Spengler ne “Il Tramonto dell’Occidente”, alla civilizzazione americana e sovietica, nata solo di recente. “Civiltà e civilizzazione – osserva puntualmente il pensatore belga – sono concetti essenzialmente differenti anche se strettamente connessi. La civiltà crea e consente la civilizzazione, la civilizzazione è impossibile senza la civiltà. Esiste così una civiltà europea – accompagnata, s’intende, da una civilizzazione europea – di fronte ad una civilizzazione americana, senza civiltà americana”.

Le origini dell’Europa – puntualizza Thiriart – risalgono al 480 a.C., quando a Salamina i Greci sconfissero gli invasori venuti dall’Asia. Lo stesso anno per una sorta di sacra coincidenza, sempre i Greci, al comando di Gelone, stroncarono ad Imera in Sicilia, l’offensiva dei Cartaginesi. A quell’epoca la Grecia era l’Europa, così come più tardi Roma diventò l’Europa. E così, prosegue l’autore nella sua disamina, da oltre 25 secoli la comunità di destino europea è stata consacrata dal sangue versato assieme. Superare le anacronistiche divisioni è necessario per creare un’Europa veramente unita che annulli anche la puerile, anacronistica ed inutile polemica fondata sulla contrapposizione fascismo/antifascismo. Le atrocità imputate al nazionalsocialismo – afferma il pensatore belga – sono condivise dai suoi nemici, ricordando che l’inutile strage di Hiroshima e i bombardamenti al fosforo degli anglo-americani sulle città tedesche nell’aprile e nel maggio 1945 sono sparite dalla storia. Le divisioni fra resistenza e fascismo o fra nazionalsocialismo e antifascismo sono un ricordo del passato e non hanno il diritto di costringere la gioventù d’oggi a raccogliere la loro eredità di odio. Non mancano le critiche da pare dell’autore al ruolo distruttive delle ideologie nemiche della nuova Europa: capitalismo e collettivismo, che gli avversari della nostra società mirano ad instillare nelle nuove generazioni per annientare ogni resistenza e perseguire la distruzione di ogni valore morale, fino alla condanna del ruolo perverso della pubblicità commerciale e del cinema che vengono additati come strumento per modellare i giovani secondo i cliché dettati dal sistema imperante delle ideologie.

Ma nel libro Thiriart espone altre tesi sempre attuali ed essenziali per costruire un’Europa politica veramente unitaria e comunitaria. La nascita di questo progetto ideale sarà accompagnato, prosegue l’autore, da una radicale trasformazione delle attuali strutture sociali per un capitalismo disciplinato e se necessario controllato, un capitalismo al servizio della nazione europea.

Non manca la condanna, da parte del pensatore belga, delle multinazionali che dovranno essere combattute per due categoriche ragioni: la prima è la pratica di trasferire all’estero le industrie di valore strategico; la seconda è la tendenza a comprimere i salari locali tirando in ballo i salari più bassi nei Paesi sottosviluppati. Il salario europeo, sottolinea l’autore, dovrà essere sottratto al commercio internazionale della manodopera. Nelle imprese sarà necessaria l’autogestione di lavoratori e produttori, per la sproletarizzazione dell’operaio, la selezione e l’ascesa delle élites. Il tutto sarà accompagnato da un sindacalismo allargato, responsabile ed europeo: non più quindi classi sociali, ricorda Thiriart, ma classi di uomini. Sarà quindi uno Stato di produttori in grado di opporsi a quello di politicanti e finanzieri. Libera impresa e libera economia, saranno essenziali nell’Europa nazione, purché non vi sia disordine e arbitrio, per fondare un sistema europeo autarchico in grado di rifornirsi autonomamente dei prodotti necessari alla sua sussistenza. L’Europa comunitaria sarà quindi dirigista e protezionista, senza rinnegare la fedeltà ai princìpi della competizione, della concorrenza e della libera impresa. Ma l’indipendenza economica sarà l’esito dell’indipendenza politica dal grande capitale anonimo e dalle multinazionali yankee.

Fondamentale sarà inoltre l’accesso alle materie prime, che rappresenta una delle chiavi di volta per l’indipendenza. “Dopo il 1945 – osserva l’autore – l’alta finanza americana ha dedicato tutti gli sforzi e spodestare sistematicamente il capitalismo europeo da tutte le sue piazze mondiali”. E ancora, la vittoria del 1945 delle ‘democrazie sul fascismo’ è la spiegazione sentimentale proposta a masse prese costantemente in giro. Il vero fatto storico è stata la distruzione programmata dell’egemonia europea nel mondo per rimpiazzarla con l’egemonia yankee. Prima del 1939, ricorda puntualmente Thiriart, l’Europa s’approvvigionava di materie prime da giacimenti in Asia e in Africa che le appartenevano o che erano direttamente controllati. Oggi il Vecchio Continente è obbligato a riacquistare dagli americani quelle materie prime i cui giacimenti una volta ci appartenevano. Essenziale per l’Europa però sarà la nascita di una propria ‘dottrina Monroe’ e in questo spirito dovrà considerare il Mediterraneo, come un ‘lago’ europeo. Ma il sogno di Thiriart non si ferma qui: l’Europa deve ritirarsi dall’Onu, perché deve essere in grado di regolare da sé i propri affari interni e garantire da sé i propri interessi esterni. Non dovrà per questo sottomettersi né alla tutela né ai buoni uffici dell’Onu, che ripete su scala mondiale i peggiori difetti dei regimi pseudo-democratici in una vergognosa gara demagogica. Non dimentica, naturalmente, di condannare l’adesione alla Nato che rappresenta lo strumento di vassallaggio dell’Europa agli Usa, l’unica soluzione a questo può essere la creazione di un esercito europeo con armamento atomico.

Per noi – ripete con enfasi Thiriart – lo Stato europeo unito avvierà la propria esistenza storica il giorno in cui si darà vita all’Esercito Popolare dell’Europa libera dotato di armi nucleari. Solo così potremo liberarci dall’impostura costituita dalla Nato e dall’Alleanza Atlantica che fa sì che il nostro Continente serva da fanteria coloniale agli Stati Uniti”. Secondo le strategie del pensatore belga la forza atomica è l’unica efficace garanzia della neutralità europea. Quindi evacuazione forzata dell’Us Army dal Vecchio Continente, solo così lo Stato europeo moderno potrà essere politicamente indipendente, economicamente indipendente e autonomo militarmente. L’arma atomica è necessario averla per dissuadere preventivamente l’avversario, tanto più che l’ombrello atomico americano rappresenta anche lo strumento della tutela politica, ovvero della sudditanza a Washington.

Un libro attuale, in grado di spingere ad analisi ulteriori e le cui considerazioni esprimono il dramma dell’Europa, un Continente che privato della sua anima vive costantemente sotto il tallone degli anglo-americani, i cui gangli istituzionali sono intimamente legati a multinazionali e banchc d’Oltreoceano, privato così di ogni forza redentrice. Eppure, a detta di Thiriart, il progetto dell’Europa unita andava perseguito anche in questa Europa dei bottegai e dei mercanti, contro cui lanciava i suoi strali. Era necessario.

L’importante, ripeteva, è fare l’Europa, il resto verrà da sé”. Non sarebbero stati i mille gruppuscoli nazionalisti o pseudo-fascisti a realizzare la nuova Europa, né tanto meno le masse interessate ai piccoli vantaggi economici frutto dell’unificazione.

Se fosse ancora vivo Thiriart continuerebbe a spronare i giovani e i popoli europei alla lotta per cambiare i destini e realizzare finalmente quella Europa unita che per tutta la vita aveva sognato. Dopo il crollo del muro di Berlino ci aveva provato ancora, tentando di riannodare i contatti con esponenti dell’ex Urss, recandosi a Mosca. Ma il 23 novembre 1992 una crisi cardiaca annullò i suoi progetti, quelli di un’Europa in grado di ergersi contro il dominio del dollaro e disposta a trovare valide alleanze negli Stati emergenti che, come noi, sognano di affrancarsi dal mondo unipolare a guida americana, nato dal crollo dell’Unione Sovietica.

Note :

L’articolo di Andrea Perrone è stato pubblicato sul n°132 del quotidiano “Rinascita” (sabato 9 / domenica 10 luglio 2011)

Fonte: http://www.internettuale.net/732/jean-thiriart-e-la-nostra-europa

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