Atlantica o prussiana: le due Europe a confronto

Il viaggio di Monti a Washington e quello della Merkel a Pechino, dimostrano che esistono due possibili Europe oggi in seno al dibattito internazionale. Non si tratta di una distinzione semplice e chiara, resa evidente dai fatti. Anzi, i giornali sembrano occuparsi di altro, partendo da criteri interpretativi oltremodo sbrigativi ed immaginandosi, dunque, una Merkel “pseudo-nazista”, un “blocco europeo” monolitico seppur scricchiolante, o un’“alleanza atlantica” tutto sommato solida e senza grossi contraccolpi subiti nella transizione tra Bush e Obama e, soprattutto, tra Rumsfeld e Gates alla Difesa.
Senza farci illusioni, dobbiamo subito dire che queste due possibilità di sbocco per l’Unione Europea sono entrambe soluzioni interne al “campo capitalista” e non hanno alcuno sbocco di breve o medio termine verso il “socialismo”. Anzi, rispondono a logiche vettoriali piuttosto classiche, se vogliamo dirla tutta. È la geopolitica ad insegnarci che le due principali nazioni a vocazione tradizionalmente marittima ed atlantica (Stati Uniti e Gran Bretagna) intessono relazioni molto forti fra loro, soprattutto per effetto di una comune gestazione politica e culturale e per la “fratellanza” linguistica, tanto che negli ultimi due secoli sono state capaci di decentrare – assieme o isolate – l’asse strategico della cosiddetta “economia-mondo” (nel significato braudeliano del termine) verso l’Atlantico, riducendo l’Europa continentale ad un attore via, via sempre meno capace di attrazione ed espansione strategica.
L’esito della Seconda Guerra Mondiale ha definito in modo netto questa tendenza, neutralizzando de facto l’Europa come plesso geopolitico continentale, e lasciando all’URSS e al suo “impero esterno” (l’Europa centro-orientale) il proibitivo compito di contro-bilanciamento rispetto all’asse atlantico. Il geografo Halford John Mackinder scrisse nel 1943, in una fase cruciale per le sorti del conflitto, che chi avrebbe acquisito il completo controllo sul territorio tedesco avrebbe posto una seria ipoteca per la vittoria negli anni a venire. Eppure l’esito fu talmente sconvolgente, sia per Mosca che per Londra, che si preferì scendere a patti, dividendo la Germania in due.
Il Novecento è stato per Berlino un secolo disastroso, durante il quale ciò che restava dell’ex Impero Tedesco e della “coesione junkerista” si è via, via sciolto, gettato al macero da trent’anni di fallimenti politici, follie nazionaliste e incapacità strategiche. Il suicidio deciso da Hitler nel 1941 con l’invasione dell’Unione Sovietica ha riproposto e portato alle conseguenze più esasperate l’atavica inferiorità militare della Germania nei conflitti sui due fronti e la debolezza della sua posizione geografica, sospesa tra i due fuochi anglo-francese e russo, a volte alleati di comodo (Triplice Intesa nella Prima Guerra Mondiale), altre volte pesantemente confliggenti fra loro (Campagna Napoleonica di Russia, “Grande Gioco” in Asia Centrale e in Persia, e Guerra Fredda).
Dopo la riunificazione tra l’Est e l’Ovest, pare giunta l’ora della rivalsa per Berlino. Da vent’anni, in Germania si fa un gran parlare del ruolo strategico che il Paese dovrebbe assumere in prospettiva futura. L’ingresso nell’euro non è mai stato recepito come un avvenimento positivo dai cittadini tedeschi che, anzi, spesso indicano nella moneta comune un sovraccarico che la Germania deve sostenere per i problemi economici causati dagli altri Paesi membri. Le cifre sono contrastanti in tal proposito: c’è chi dice che la Germania avrebbe in realtà tratto giovamento dal suo privilegiato ruolo di “prima economia” dell’area, e chi dice invece il contrario. Tuttavia, verso la fine di novembre dell’anno scorso, è stata caldeggiata sui giornali di tutto il mondo un’ipotesi che ha spaventato gran parte dei cosiddetti “mercati”. Si è infatti parlato con insistenza di un piano che la Germania starebbe preparando per uscire dall’Eurozona, un piano redatto dall’esperto Dirk Meyer, docente presso l’ateneo Helmut Schmidt di Amburgo, già sottoposto al cancellierato, che prevede – da quanto risulta – l’immediata redistribuzione di nuove banconote in euro stampate con inchiostro magnetico, diverse da quelle in circolazione negli altri Paesi europei, il divieto per gli stranieri d´introdurre nel territorio nazionale banconote provenienti dagli altri Paesi per cambiarli con le nuove banconote, la salvaguardia statale delle banche nazionali che hanno depositato investimenti, conti, patrimoni all´estero, anche nell´eurozona, e l’uscita entro due mesi dalla zona di Bruxelles in blocco assieme a Finlandia e Olanda, che a questo punto sarebbero già d’accordo con Berlino per creare una nuova area di libero scambio nord-europea.
Angela Merkel è nata ad Amburgo ma in gioventù è sempre vissuta nelle aree rurali a nord di Berlino, nel territorio della Repubblica Democratica Tedesca, e addirittura – secondo quanto sostiene Winifred Engelhardt, ex membro anziano dell’Unione Cristiano Democratica, in un libro – pare che la capacità della famiglia di viaggiare tranquillamente dalla Germania Est alla Germania Ovest possa portare alla conclusione che il padre di Angela Merkel (un pastore luterano) avesse relazioni con il governo comunista. Come molti giovani, Angela Merkel fu difatti membro del movimento giovanile socialista Libera Gioventù Tedesca. In seguito, divenne membro dell’amministrazione del distretto e segretario dell’Agitprop presso l’Accademia delle Scienze di Berlino Est. Il suo ingresso nella compagine cristiano-democratica della nuova Germania riunificata è dunque del tutto particolare, e pare dettato dalla necessità politica di integrarsi con l’Ovest piuttosto che dalle sue convinzioni politiche. Nata nel 1954, fino al 1971, dunque, la giovane Merkel conobbe la rigida educazione socialista dell’era Ulbricht e la linea della cosiddetta “Prussia Rossa” di cui il leader comunista tedesco fu propugnatore consapevole e ostinato. La condizione – se vogliamo, senz’altro forzata – di amicizia e alleanza strategica con l’Unione Sovietica e coi Paesi del blocco socialista, portò la Germania orientale ad una naturale riconversione del suo sguardo geopolitico verso quell’Est purtroppo dimenticato dopo la caduta dell’Impero e addirittura visceralmente detestato durante gli anni di Hitler (non a caso un austriaco di formazione cattolico-bavarese) al potere, con le drammatiche conseguenze che conosciamo.
I rapporti energetici e commerciali tra Russia e Germania sono oggi su livelli eccellenti, ed il forte ritorno ad una politica di cooperazione sul Baltico, con Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia, potrebbe presto condurre Berlino ad una riedizione dell’Ostpolitik brandtiana, rivista e ricorretta alla luce dei nuovi scenari internazionali. Tutto dipenderà dai rapporti interni alla coalizione cristiano-liberale oggi al governo e dalla soluzione di continuità nel quadro della dualità ai vertici tra la Merkel e il suo vice, nonché ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, ma la posizione di forza e di popolarità acquisita dal cancelliere in questi ultimi sei anni potrebbe risolvere con facilità i molti problemi in termini di consenso elettorale già spuntati in alcune regioni. Criticata dall’interno del Palazzo di vetro, per aver posto l’astensione durante il voto relativo all’intervento in Libia, in sede Onu, la Merkel è stata molto apprezzata in patria per il coraggio mostrato nel rifiuto di partecipare ad una guerra che la maggioranza della popolazione non voleva, e per la difesa degli interessi tedeschi, che in Libia come nel resto del Mediterraneo cominciavano a crescere, prima che le “primavere arabe” sconvolgessero l’area.
Non è casuale che le posizioni di fermezza del cancelliere sulle sanzioni contro Siria e Iran, a molti siano sembrate degli atteggiamenti innaturali e quasi forzati dal clima internazionale e da una condizione di subalternità rispetto agli interessi statunitensi e britannici, ancora molto forte: dei pro-forma che la Merkel ha recitato anche a Pechino, ben sapendo – ed è questo che conta – che le sue critiche pubbliche al gigante asiatico in merito alle posizioni della Repubblica Popolare su Iran e Siria, avrebbero incontrato un muro invalicabile.
La Germania, dunque, esce da questa pesantissima crisi dell’Eurozona non certo rafforzata dalle disgrazie altrui, come alcuni vorrebbero far credere, ma con maggiori margini di movimento rispetto a quanto fosse possibile con l’immobilismo atlantista dell’era Kohl e la passività strategica dell’era Schroeder, ponendosi come un potenziale e rinnovato polo di aggregazione attorno al quale costruire una nuova Europa, strutturata su presupposti di libera associazione tra nazioni, di maggior controllo politico dell’economia e di effettiva convenienza commerciale, e capace di abbandonare quell’odioso euro-centrismo che i sostenitori dell’atlantismo continuano a voler riaffermare, indifferenti della crescita dei BRICS e della doverosa inversione di rotta verso una nuova fase multipolare di effettiva uguaglianza tra le aree economico-sociali del mondo.
Gli attacchi ripetuti contro il ruolo della Germania nella gestione della crisi europea, ormai vanno nella direzione di una germanofobia che si sta consolidando all’interno delle colonne dei quotidiani di mezzo mondo, da destra a sinistra, e che non solo rischia di oscurare il gravissimo e pesantissimo ruolo degli Stati Uniti (e delle loro agenzie di rating) e della Gran Bretagna quali centri egemoni dell’imperialismo globale nell’alveo della crisi economica internazionale, ma anche di trasformarsi in un perno eurasiatofobo pensato per riportare in modo ancor più deciso i Paesi in difficoltà (PIIGS) fra le grinfie d’Oltre Manica e d’Oltre Oceano.
In questo epocale tentativo di riavvicinamento strategico tra Mosca e Berlino, ruoli particolari rivestiranno dunque i Paesi dell’Europa centrale ed orientale. Non appaiono affatto privi di significato d’altronde, il fatto che in Ungheria e in Romania si siano già rodati e scaldati i motori delle piazze attraverso primi, seppur timidi, tentativi golpisti, il fatto che in Ucraina si piazzi ancora in prima fila il caso Timoshenko, e il fatto che sul Baltico, specie dopo il gravissimo boicottaggio del già stabilito referendum per la reintroduzione del russo come seconda lingua in Lettonia, stia tornando una brutta aria, che ci riporta con la memoria alla tragica stagione russofoba esplosa alla fine degli anni Ottanta.
All’interno di tutto questo, per ora, latita tuttavia una vera e propria politica cooperativa europea della Germania. Berlino infatti, malgrado frenetiche (e lodevolissime) attività bilaterali in Russia e in Asia (Cina e Kazakistan), sembra ancora non in grado di sapersi presentare come un partner affidabile agli occhi dei Paesi europei di maggior interesse per il suo eventuale piano di rottura dell’Eurozona, pagando anche il prezzo di un’inferiorità a tutto campo rispetto a Washington che, necessariamente, coinvolge anche la dimensione della comunicazione. L’influenza dell’informazione tedesca sulla stampa europea è pressoché nulla rispetto a quella anglofona, che con colossi come CNN e Bloomberg sovrasta esplicitamente la pur imponente FAZ. Dovremo perciò attendere i prossimi mesi per registrare gli effettivi aiuti che la Merkel saprà garantire sul piano dell’assistenza sociale e logistica al popolo greco e al suo Stato, vere e prime vittime di meccanismi economici folli e perversi, pensati – ed è questo il nodo centrale della faccenda – molti anni prima che la leader politica tedesca entrasse in gioco, ed oggi stranamente contestati o denunciati proprio da chi all’epoca ne fu un entusiasta promotore.

fonte:http://www.statopotenza.eu/2385/atlantica-o-prussiana-le-due-europe-a-confronto

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