I Persiani crearono l’Ebraismo

Vi proponiamo un interessante e composito studio di Maurizio Blondet riguardo alle origini del popolo ebraico durante la cattività babilonese e quanto questo popolo in essoBabilonia operò e che diede ad israele le basi per poter espandere la sua cultura e ingegno nel campo economico-finanziario. Dall’analisi del testo che segue sembra una storia che questo popolo ha scritto e ripetuto in tutte le epoche con tutte le culture con le quali è venuta a contatto. Ogni valutazione la laciamo al lettore senza che pregiudizi e artefazioni di pensiero siano suscitati…Buona lettura!!!!

La scuola archeologica che ha Israel Finkelstein come figura primaria viene chiamata minimalista, perché riduce al minimo la storicità della Bibbia. Eppure i minimalisti riconoscono che deve essere storicamente esistito un David, anche se certo non fu l’unificatore del regno di Giuda e quello più grande e potente di Israele del Nord (che restò una cultura cananea e non ebraica fino alla sua cancellazione, nel 720 avanti Cristo, per opera dei babilonesi).

E se non riescono a trovar prove che l’ebraismo come lo conosciamo abbia origine con le Leggi ricevute sul Sinai di Mosè, nel 1300 avanti Cristo, riconoscono che l’ebraismo comincia tuttavia sei secoli dopo, con la riforma religiosa di re Giosia, e il ritrovamento nel tempio del libro della Legge – la prima legge, anche se passa oggi per la seconda (il libro ritrovato è infatti il Deuteronomio, o il suo nucleo iniziale) nel 620 avanti Cristo, che è pur sempre una epoca antica.

Altri tagliano corto: «Di fronte al vuoto archeologico e al silenzio delle fonti dirette (…) si può affermare che la storia d’Israele, l’Israele utopica della Bibbia, non è cominciata prima dell’avvento dell’impero persiano»: così André Paul, forse il massimo biblista francese, cattolico (docteur ès lettres e dottore in teologia, è diplomato in quattro lingue semitiche) (1).

Dunque l’ebraismo come lo conosciamo – un solo Dio per un solo popolo, da adorare in un solo tempio, con i precetti di separatezza e purità per evitare commistioni con altre genti – avrebbe origine come massimo dal 539 avanti Cristo, quando Ciro il grande conquistò Babilonia, l’annesse come parte del suo impero (un impero che andava dall’Indo al Nilo). Allora Ciro, secondo il libro di Esdra (1, 1-4) emanò l’editto del ritorno: «YHVH, Dio del Cielo, mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, in Giuda. Chiunque fra voi fa’ parte del suo popolo, che salga a Gerusalemme e costruisca il tempio!».

L’invito era rivolto ai giudei che erano stati deportati a Babilonia circa quarant’anni prima, nel 587 avanti Cristo.

Le immense sofferenze prodotte da questa deportazione sul popolo giudaico costituiscono buona parte del testo biblico: Geremia, Ezechiele,il secondo Isaia, l’autore delle Lamentazioni, ne fanno un lancinante e profuso racconto. Dalle sofferenze inenarrabili nasce l’odio inestinguibile contro Babilonia, che fà cantare al salmista del Salmo 137:

«Figlia di Babilonia votata alla distruzione: beato chi ricambierà quello che hai fatto a noi! Beato chi prenderà i tuoi neonati e li sbatterà contro la roccia!».

E’ difficile dire quanto questo odio inestinguibile sia entrato nella volontà dei neoconservatori ebreo-americani del 2001 di trascinare il gigante americano in guerra contro l’Iraq, la distruzione del regime di Saddam Hussein col suo seguito di due milioni di morti, la devastazione della sua società, delle sue ricchezze e persino delle sue memorie archeologiche, delle glorie di Babilonia vecchie di 2.500 anni.

Sappiamo d’aver a che fare con un popolo che nulla dimentica e nulla perdona mai. Ma d’altra parte, come giudicare se costoro, o i loro antenati, subirono oppressione schiacciante, schiavitù, miseria, violenze, lavori forzati e confinamento di campi, e maltrattamenti, triste destino del popolo vittima, eternamente perseguitato da un’umanità che ha un solo proposito: cancellarlo?

Ahimé, l’archeologia ha smentito fin dall’inizio del ‘900 questa narrativa vittimistica. Allora furono trovate nell’antica Nippur, importante centro babilonese, 700 tavolette d’argilla in caratteri cuneiformi che costituivano l’archivio della banca d’affari Murashu Figli, una dinastia di banchieri ebraici che aveva subito la deportazione nel 587 avanti Cristo. Datati dal 455 al 403 avanti Cristo (ma l’attività della banca è ricostruibile fino a un secolo prima), i documenti mostrano che i Murashu (dal fondatore al figlio ai tre nipoti) gestivano locazioni di terreni e canali d’irrigazione, facevano prestiti su ipoteca in argento e in granaglie o in bestiame, praticavano il leasing dei mezzi di produzione, emettevano lettere di credito, garantivano cauzioni per prigionieri per debiti. Anticipavano capitali per scavare canali d’irrigazione, gestivano povere comunità di contadini che avevano terra in comune fornendo loro sementi, animali e impianti per sollevare l’acqua dai canali, naturalmente risucchiandone i magri profitti. Amministravano latifondi per conto di gran signori assenteisti, assumendo manodopera, pagando le imposte al tesoro babilonese e retrocedendo ai latifondisti i profitti, ovviamente detratta loro loro percentuale. Possedevano canali, in comune con altri soci dai nomi ebraici, che prestavano a contratto per l’irrigazione.

Apparentemente, la banca Murashu & Figli fu la prima a praticare il prestito a interesse: in precedenza, il credito veniva fornito occasionalmente dai templi, o dai grandi proprietari terrieri ai loro contadini affittanti, perché sopravvivessero durante la stagione sterile, per lo più in natura e senza interesse; c’era invece una penalità del 25% per chi non restituiva il credito.

Non è il tipo di attività che si possa praticare da un campo di concentramento o come lavoratori forzati. Evidentemente i Murashu, che fra l’altro curavano gli interessi di alti dignitari di corte, erano perfettamente integrati nell’alta società babilonese. E non erano nemmeno un’eccezione fortunata: sono state trovate centinaia di tavolette di altri banchieri giudaici, gli Egibi & Figli (il nome significa Jacob, traslitterato in accadico) che erano forse anche più potenti dei Murashu dato che la loro sede centrale era nella capitale Babilonia, e avevano una seconda filiale ad Uruk, oltre che affari d’importazioni di lusso dall’India e dall’Egitto.

Quanto ai loro soci e clienti in affari, almeno otto su cento hanno nomi giudaici, che includevano il nome YHVH; ma non è improbabile che gli altri con nomi babilonesi, o teofori delle divinità babilonesi e persiane (Marduk, ad esempio), fossero in realtà membri della stessa comunità di ex-deportati: il libro di Esdra (2,2) indica in un tale Zerubabel (che significa: Seme di Babilonia, nome poco yahvista) come uno dei capi di quella parte degli esiliati che tornò in Giudea dopo l’editto di Ciro; anzi Zerubabel è indicato come un discendente della casa di David, e il suo nome figura tra gli antenati del Messia Gesù.

Una buona quantità di questi sofferenti in terra straniera aveva abbastanza ricchezza e intraprendenza da accedere a prestiti, e infatti vi si trovano (oltre a pastori, che in ogni caso non dovevano essere miserabili se potevano rivolgersi alla banca) ingegneri esperti nello scavo dei canali, agenti d’irrigazione, responsabili di aziende regali. A differenza degli altri gruppi stranieri nella società cosmopolita babilonese, costoro non si riunivano in corporazioni in base alla loro appartenenza professionale, ma secondo l’identità etnico-religiosa. Le corporazioni avevano autonomia e autogoverno.

Tale era la realtà della sofferenza. Col passare delle generazioni, scrive Andè Paul, «la deportazione appartenne alla memoria e non più al ricordo» vivo e personale. Tra i discendenti dei deportati, «ce ne furono che finirono per perdere la loro identità nell’assimilazione», ma «più numerosi furono quelli che s’integrarono professionalmente e culturalmente nella società babilonese, preservando però i caratteri distintivi dell’identità nazionale e religiosa».

In seno a questo gruppo, si formò una ulteriore minoranza che cominciò a chiamare se stessa comunità dell’Esilio, e ad agire per il ritorno a Gerusalemme. E’ importante capire il carattere ideologico di questa auto-definizione: equivalente a quella che in Italia chiamò se stessa La Resistenza Antifascista, o nel regime sovietico L’Avanguardia Proletaria. Da una parte, la loro situazione attuale non era certo quella dei deportati, ma di detentori di importanti leve del potere economico in Babilonia; dall’altra, quando il ritorno si realizzò sotto gli auspici dell’impero persiano, della Comunità dell’Esilio furono ammesse a far parte persone nate e vissute in Giudea, Galilea e Samaria e mai esiliate, che venivano così cooptate al potere che l’Esilio gestì per conto degli Achemenidi.

Anche le tavolette di Marashu mostrano che il movimento degli esiliati è innovativo ed ideologico. Esse, di ogni cliente o partner, forniscono il nome il patronimico (il nome del padre). Ora, succede che per lo più, quando il nome del padre evochi una divinità babilonese, il nome del figlio sia invece composto attorno al termine YHVH. Così ad esempio un uomo il cui nome Beluballit (Il dio Bel mi fa vivere) sembra testimoniare una completa assimilazione nella società babilonese, chiama invece suo figlio Nathania, ossia Dono di YHVH. Nelle altre etnie portate a Babilonia, egizi, lidii, elamiti, si nota invece il fenomeno contrario, com’è naturale: i figli e i nipoti si integrano sempre più nella società del conquistatore, adottando sempre più nomi a divinità protettrici locali.

Invece, è nell’attuale Stato di Israele che si può notare, in modo stupefacente, il ripetersi del fenomeno. Ebrei euro-americani che si chiamano Silverstein o Schwab, Mortara o Momigliano, Jabotinski o Luttwak, una volta in Israele danno ai figli e ai nipoti nomi ebraici antichi, tratti dalla Torah. Così ad esempio Nathan Mileikowsky, immigrato dalla Polonia in Palestina, assume il cognome di Nethanyahu (dono di Javè) e lo passa il figlio, Benjamin Netanyahu, noto uomo politico israeliano. Quando poi la famiglia si trasferì temporaneamente in USA negli anni ‘60, questo famoso figlio adottò un nome più americano e facile da pronunciare – Ben Nitay – per tornare ad essere Bibi Netanyahu, dono di Yavè, una volta tornato in Israele.

Insomma persino l’onomastica archeologica mostra come all’interno della potente comunità integrata a Babilonia, cominciò ad un certo punto ad essere coltivata la memoria dell’esilio da gente che non ne aveva alcun ricordo diretto. E ad alimentarsi quell’odio inestinguibile attestato dal Salmo.

Così, quando Ciro entrerà trionfalmente a Babilonia, conquistata nell’agosto del 539 avanti Cristo, lo stesso storico greco dell’impero persiano, Senofonte, allude al fatto che tra i vinti non erano mancati volonterosi complici di Ciro; e non è troppo arrischiato immaginare che quei complici almeno passivi, o collaboratori attivi, si trovassero nel giro di affari della banca Egibi e della Marashu & Figli.

«La vittoria persiana non può spiegarsi esclusivamente con i tradimenti che l’avrebbero considerevolmente facilitata», scrive pudicamente I. P. Briant (Histoire de l’empire Perse, de Cyrus ad Alexandre, Parigi, 1996, pagina 53).

Basterà tuttavia ricordare l’esultanza con cui il secondo Isaia (44, 24-45) chiama Ciro l’Unto di YHVH, il messia.

«… Egli compirà tutta la mia volontà/dicendo a Gerusalemme, tu sarai ricostruita, e al Tempio: tu sarai rielevato. Così parla YHVH al suo unto (meshiah), a Ciro di cui regge la mano per disarmare i re…»

(2).

Dunque è quasi naturale che il nuovo conquistatore abbia voluto gratificare questi collaborazionisti, invitandoli a rientrare nel regno perduto di Yehud (Giuda) e a ricostruire il Tempio. Ma non si trattava solo di gratitudine, bensì di una sistematica politica degli Achemenidi. Da numerose altre fonti è attestato che i persiani favorirono la riattivazione di templi in Egitto (per esempio quello di Nun a Sais) e nell’Asia Minore ellenizzata (tempio di Apollo e Artemide presso Xantos). Era una necessità amministrativa, in un territorio vastissimo appena conquistato, e abitato da decine di popoli diversi. Solo i templi, a quel tempo, raccoglievano regolarmente offerte (libere o più spesso obbligatorie), e dunque potevano funzionare come esattorie per il Tesoro achemenide. Favorire e ristabilire i culti locali era un modo geniale per estrarre le imposte dai nuovi sudditi.

Ciro – o piuttosto i suoi successori, da Dario a Serse e Artaserse – inviò dunque degli elementi della comunità dell’Esilio a lui fedeli a svolgere questa importante missione in Palestina. Non si immagini infatti uno spontaneo ed entusiastico ritorno in massa degli ebrei in Palestina; ben pochi in realtà avevano voglia di lasciare le loro ottime posizioni in Babilonia per andare a dissodare l’arida e pietrosa terra promessa. Bisognò che Ciro o chi per lui obbligasse quelli che non volevano tornare a finanziare, con donazioni obbligatorie, coloro che si apprestavano al ritorno. Ad insediarsi attorno a Gerusalemme, insomma, non fu un popolo, ma una setta ideologicamente determinata.

I ritorni avvennero alla spicciolata, e dapprima controvoglia. Se è vero che l’invito di Ciro a ricostruire Gerusalemme è del 539 avanti Cristo, è attestato che la colonizzazione decisiva avvenne nel 450 avanti Cristo, sotto Artaserse che evidentemente premeva perché, senza più indugi, si costituisse la sua esattoria imperiale.

Nella Bibbia ciò è raccontato nei due libri di Esdra e Neemia. Il primo pare un personaggio parzialmente leggendario o almeno simbolico, o forse l’ideologo (viene detto «il sacerdote-scriba interprete delle Leggi di YHVH», ed anche «il segretario della Legge di Dio», qualcosa come il segretario del PCUS nell’Unione Sovietica). Neemia invece è un personaggio reale, che si definisce da sé – il suo libro è in forma di autobiografia – un alto funzionario della Corte persiana, spedito a Gerusalemme con un mandato preciso. E’ significativo il fatto che, dopo aver organizzato, disciplinato e rafforzato militarmente le colonie dei tornati dall’Esilio in Giudea, Neemia si guardò bene dallo stabilirsi lui stesso nell’agognata terra promessa; adempiuta la missione, si affrettò a riprendere il suo posto di coppiere (titolo burocratico, di altissimo funzionario) nella corte Achemenide.

Ai tornati Neemia (e forse Esdra) imposero anzitutto la più rigida separazione dalle genti del paese, in ebraico ammè ha-rets, e la proibizione dei matrimoni misti. Non solo la proibizione, ma l’obbligo di ripudiare le mogli straniere (3).

Fu stabilita anche un’assemblea (kahal) di cui potevano far parte solo le genti dell’Esilio: un governo che evidentemente dava dei poteri non indifferenti, se Esdra (10,8) minaccia chiunque si tenga donne straniere o altrimenti venga meno alla purità rituale di «essere escluso dall’assemblea dell’Esilio». Il che significava grosso modo, essere condannato a pagare le imposte all’impero persiano, invece di raccoglierle.

Il libro di Neemia (5, 1-5), riporta i lamenti dei tassati:

«Per pagare l’imposta del re, abbiamo dovuto prendere a prestito denaro ipotecando li campi e le vigne nostre; e benché abbiamo la stessa carne dei nostri fratelli, e i nostri figli valgono i loro, dobbiamo dar loro in schiavitù i nostri figli e figlie…».

L’esazione era dunque pesantissima, e gli scampati alla deportazione babilonese, quelli rimasti sul posto, che a buon diritto potevano chiamarsi giudei e israeliti, o samaritani della stessa carne – e che da principio avevano accolto con gioia i tornati offrendosi di collaborare a ricostruire il Tempio – si trovarono nella posizione di esclusi e spogliati dalle tasse imposte dai fratelli. Solo i più fortunati, influenti o rigorosi nell’accettare le leggi della segregazione e purezza furono cooptati nell’assemblea delle Genti dell’Esilio, sulla base di artifici genealogici (che ricostruivano a posteriori la legittimità di Esiliato); ma la cooptazione fu limitata. La base fiscale non doveva essere troppo ridotta.

Interessante l’evoluzione dei nuovi insediamenti dei tornati dall’Esilio, che le prospezioni archeologiche sono state in grado di rilevare. Dapprima si assiste a un processo di ruralizzazione, deliberatamente perseguita da coloni venuti da fuori che s’insediano sui campi (nel breve periodo fra Ciro e Cambies, tali insediamenti agricoli aumentano del 25%), come i primi sionisti che in Israele si insediarono in fattorie collettive dette kibbutz. Queste colonie ebraiche ante-litteram acquistano la qualifica di demanio imperiale, secondo lo storico dell’impero persiano K. G. Hoglung; proprietà del sovrano, che ne disponeva come voleva, i coloni le coltivavano in enfiteusi pagando con parte della loro produzione.

Da principio, queste comunità rurali vivono in piccoli villaggi senza fortificazioni. Ma poi sorgono e si moltiplicano, sul territorio e verso la frontiera con l’Egitto (mal assoggettato dagli achemenidi, e fonte di continue ribellioni) fortini numerosi, portati alla luce degli archeologi.

Questa militarizzazione del territorio raggiunge il culmine con l’ordine, impartito da Neemia ed attestato nella Bibbia, di fortificare Gerusalemme. E non solo: una struttura difensiva fu elevata nelle vicinanze del Tempio, detta in ebraico birah, cittadella. Questo fortilizio era sicuramente il quartier generale della guarnigione di soldati persiani, i cui militari abitavano anche i fortini sparsi nel territorio. Neemia appare così l’interprete locale del «progetto globale persiano», servo (e padrone) della superpotenza dell’epoca.

Come mai era necessaria una guarnigione e un fortilizio a difesa del Tempio? perché quello era la filiale locale del Tesoro e dell’Erario achemenide.

Scrive il già citato storico K. G. Hoglung: «Il doppio fatto di una guarnigione imperiale a Gerusalemme e di una città rifortificata implicano che Gerusalemme era ormai destinata a servire da centro di esazione e di colletta degli introiti imperiali».

Secondo André Paul, è soltanto a questo punto, sotto la protezione delle armi persiane, che «è veramente cominciata la redazione della storia d’Israele, l’Israele utopico della Bibbia».

Il piccolo gruppo insediatosi come esattore degli achemenidi in mezzo ad estranei, si sarebbe allora costruito un passato atto a legittimare la sua situazione. La storia dei primi libri biblici, l’esilio in Egitto, l’esodo nel deserto, la conquista di Canaan, è una proiezione in un passato miticamente antico di un presente idealizzato, quello dei tornati da Babilonia.

Occupanti, sfruttattori? No, erano loro, in quanto tornati dall’Esilio su ordine di Ciro, ad essere gli abitanti legittimi della terra di Giuda, mentre quelli che vi avevano trovato abitarvi, erano usurpatori, stranieri interni, nemici di Israele ereditari – quegli stessi nemici che i tornati da un più antico e mitico Esilio dall’Egitto dovettero battere e sterminare, per prendere possesso della terra data loro da YHVH, unico Dio per un unico popolo, che è lecito adorare in un unico tempio. Quello stesso tempio a cui si devono dare le decime, che poi saranno in parte destinate alla cassa del re, monopolio necessario della fede monoteistica e del prelievo.

«Sul piano etnico e politico, la comunità giudaica allora non esisteva se non nella sua relazione obbligata col funzionamento fiscale del Tempio», conclude André Paul.

Il profeta Zaccaria (11,10), in una profezia per noi cristiani vertiginosa, descrive se stesso nei panni di un pastore misterioso che ha da Dio l’ordine di pascere «il gregge destinato alla distruzione».

«Ma m’impazientii delle pecore, perché anch’esse mi rifiutarono. (Allora) presi il mio bastone chiamato Benevolenza e lo spezzai per annullare l’alleanza che il Signore aveva stipulato con tutti i popoli».

Dopo ciò, Zaccaria chiede il suo salario di pastore.

«Essi mi pesarono il mio salario: trenta sicli d’argento. Il Signore mi disse: getta al fonditore il prezzo magnifico con cui sono stato valutato da loro! Allora presi i trenta pezzi d’argento e li gettai nella casa del Signore, al fonditore».

Nel Tempio infatti operava un fonditore dell’argento, yotser in ebraico, che indicava una precisa carica nella burocrazia persiana, e gerarchicamente dipendeva dal commissario reale responsabile della cassa reale. Erodoto attesta che la fonderia era un elemento chiave in tutti i templi costruiti e ricostruiti, per onorare qualunque dio locale, nell’impero achemenide, e da lì veniva il tributo.

L’argento delle offerte e delle decime veniva colato in giare di terra:

«riempito il vaso, si rompe la crosta d’argilla. Quando ha bisogno di denaro, il re dei re (Dario) fa battere la quantità di monete che gli è necessaria»

(Storie, III, 96).

1) André Paul, Et l’homme créa la Bible, Bayard, Parigi, 2000.
2) Anche questo fatto ha una ripetizione fatale nell’oggi: la dichiarazione Balfour, ossia la lettera privata con cui nel 1917 il ministro degli Esteri britannico prometteva al banchiere Rotschild un «focolare ebraico in Palestina» agli ebrei sionisti, quando ancora la Palestina era terra ottomana. Nel 1961 Benjamin Freedman, industriale ebreo americano, fiero antisionista, accusò «sionisti tedeschi» in complicità con i banchieri ebreo-americani e britannici di aver ottenuto questo impegno in cambio della promessa di far entrare gli USA nella Prima Guerra Mondiale, facendo tracollare le sorti della guerra a sfavore della Germania. Freedman era stato membro della delegazione americana al Congresso di Versailles del 1919 dove alla sconfitta Germania furono imposte gravissime riparazioni, dunque è difficile bollarlo di complottista. Del resto il governo britannico credette abbastanza al complotto ebraico, ossia alla capacità degli ebrei di trascinare in guerra gli Stati Uniti, da spedire ad occupare la Palestina un milione di uomini, sottratti al fronte europeo, pericolante per gli alleati. Vedi nel mio Israele, Usa, Terrorismo Islamico il discorso integrale di Benjamin Freedman.
3) «L’endogamia è un mezzo per mantenere le prerogative e le protezioni sociali all’interno di un gruppo. Aiuta a scongiurare la diffusione del potere, dell’autorità e dei privilegi a persone non affiliate al gruppo dominante. Inoltre, serve a rafforzare e simbolizzare la ‘realtà’ del gruppo da valorizzare in opposizione alle altre unità sociali discriminate. L’endogamia serve come mezzo d’isolamento e di esclusione, con la funzione di accrescere la solidarietà del gruppo e di sostenere la struttura sociale contribuendo a fissare le distanze sociali stabilite fra i gruppi» (R. K. Merton, Intermarriage and social structure, Psychiatry, 9, 1941, pagina 368).

Maurizio Blondet

27 Dicembre 2010
(http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=34750&Itemid=143)

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