Seconda guerra mondiale: le divergenze tra Germania e Italia

La causa principale che determinò la sconfitta delle nazioni del tripartito (Italia, Germania e Giappone) fu sicuramente la enorme sproporzione delle rispettive produzioni industriali e militari laddove, soprattutto gli Stati Uniti, con il loro colossale programma di riarmo “sui due oceani”, avviato dal 1939 e per giunta indisturbato da qualsiasi interferenza nemica, furono in grado, nel giro di tre anni, di mettere in campo un arsenale bellico comprensivo di ricambi e rifornimenti di ogni genere praticamente senza limiti.
Ma seppur secondaria, non fu però ininfluente la divergenza geopolitica tra le nazioni del tripartito, una divergenza che, come vedremo, aveva implicazioni anche di carattere ideologico, nonostante le apparenti similitudini tra il nazionalsocialismo e il fascismo.
Vogliamo qui dare alcuni cenni in proposito, sperando che prima o poi, una storiografia scevra da preconcetti, possa affrontare il problema in termini più esaustivi.
Dobbiamo comunque sempre tenere presente che la Germania nazionalsocialista e l’Italia fascista, dovevano essere prima o poi distrutte dalle cosiddette grandi Democrazie occidentali, perché la loro conformazione non democratica delle Istituzioni, accettata ed esaltata dai rispettivi popoli (una sorta di Stati nazional popolari), la preminenza data per principio, nei loro Stati, agli aspetti etici e politici su quelli economici e finanziari, la salvaguardia dei loro patrimoni culturali, razziali, ecc., non potevano a lungo termine essere tollerati dalle grandi Confraternite internazionali.
Proprio quanto accade anche oggi, dove il “mondialismo” non tollera nessun tipo di Stato che tenda a muoversi su basi di indipendenza nazionale.
Detto questo premettiamo che le nostre note partono da presupposti di carattere geopolitico e storico e quindi non andremo ad approfondire aspetti ideologi e filosofici se non per qualche passaggio che si renderà necessario.
In definitiva la storia si può analizzare nei suoi svolgimenti contingenti, oppure riassumerla ed inquadrarla “fuori dal tempo e dallo spazio” ovvero in una dimensione metastorica. In quest’ultimo caso, per stare in argomento, è perfettamente legittimo inquadrare il fascismo ed il nazionalsocialismo come un portato della civiltà europea, una manifestazione della “Tradizione” nei tempi ultimi, adeguata e confacente al secolo delle masse laddove, con molti caratteri comuni nella visione della vita e del mondo, finirono per portare l’Italia e la Germania ad affrontare una “guerra del sangue contro l’oro”.
Questo però è appunto un discorso metastorico che investe il campo ideologico, mentre invece nel campo storiografico, legato al contingente, gli avvenimenti vanno visti da un altra prospettiva, e spesso si riscontra che i fattori ideologici e gli ideali di partito, non vanno di pari passo con gli interessi geopolitici e la ragion di Stato.
La Germania e l’Italia, infatti, portarono avanti una condotta bellica in base ai propri interessi nazionali ed alle prospettive che ci si prefiggeva negli assetti post bellici, tanto che, se allarghiamo il discorso anche al Giappone, ci si presenta un quadro allucinante dove le strategie belliche di questo “tripartito” furono del tutto eterogenee e legate a presupposti geopolitici diversi.
E tutto questo avveniva proprio mentre, invece, nel fronte nemico, gli Alleati furono sempre coordinati nelle loro strategie belliche, da una sottile, ma univoca e ferma guida che non è difficile far risalire alle grandi Consorterie che controllavano le nazioni occidentali e che, sull’asse City di Londra – Wall Street di New York, imposero scelte politiche e militari non sempre gradite nelle rispettive nazioni. Se infatti fu alquanto naturale per l’amministrazione Roosevelt, tenere in mano le redini della strategia politico – militare americana, coniugando il desiderio di espansione planetaria che l’enorme potenziale statunitense faceva presagire, con gli interessi politici, a medio e lungo termine, di queste Consorterie, ben più complicato era invece costringere l’Inghilterra ad una guerra mondiale ad oltranza nella quale, con l’annunciarsi all’orizzonte di due superpotenze quali gli Usa e l’Urss, era inevitabile la perdita dell’Impero e della leadership mondiale.
Ma altrettanto complicato fu anche il far digerire a inglesi, francesi e americani, tutto sommato nazioni dall’ordinamento liberista e conservatore, la spartizione dell’Europa, prospettata già dal 1944 e poi sancita a Jalta nel febbraio del 1945, con il conseguente dominio bolscevico in mezza Europa.
Eppure tanto erano forti, pervicaci e radicate le Organizzazioni e Istituzioni “mondialiste” e il potere di quella International Banking Fraternity, che la strategia bellica Alleata non gli sfuggì mai di mano, arrivando a frenare certi generali recalcitranti e impetuosi (per esempio l’americano Patton) al fine di rallentare o deviare determinate operazioni militari in Europa, in modo da consentire ai sovietici di arrivare ad occupare quelle aree geografiche che si era deciso di assegnargli.
Viceversa per l’Asse Roma – Berlino, la guerra già era nata male prima di cominciare. Come noto la Germania nel 1939 si stava muovendo per conseguire determinati fini strategici: consolidamento nel centro Europa (Cecoslovacchia); recupero delle posizioni perdute e sottrattegli con Versailles (Danzica, corridoio) e prospettiva di un espansionismo ad Est; rischiando di far saltare il banco.
Di fatto, l’accelerazione data agli avvenimenti europei dalla Germania, fece proprio il gioco di quelle Consorterie occidentali che miravano ad una guerra totale di distruzione, ma a cui occorreva il pretesto e soprattutto il tempo per consentire agli inglesi un sufficiente riarmo ed agli americani per uscire dall’isolazionismo e scendere in campo.
Queste iniziative germaniche non potevano essere gradite dall’Italia, che aveva da poco conquistato un certo spazio nella lontana Africa orientale e si era esaurita nella guerra civile di Spagna, ed aveva ora bisogno di un periodo di pace.
Avvenne così che l’Italia, contando sull’assicurazione tedesca che avrebbe contenuto la sua politica fino “al rischio bellico” per almeno tre anni, arrivò a sancire con la Germania, il famoso Patto d’acciaio (22 maggio 1939).
Per Mussolini quel patto doveva rappresentare un arma di pressione verso la politica ostile degli anglo francesi, un aumento della sua forza contrattuale, facendosi forte della copertura “militare” tedesca, il tutto nella presunzione che i contrapposti schieramenti europei potessero rimanere in equilibrio statico. Ma non tenne conto che dietro le quinte soffiavano i venti bellici, perché i tedeschi a qualunque costo volevano conseguire gli obiettivi dell’espansionismo ad Est e gli occidentali, ancor più ad ogni costo, volevano distruggere la Germania, liquidare i fascismi e sottomettere l’Europa.
Anche uno storico non certo “tenero” con l’Italia come David Irving va a riconoscere che:
“Avendo Hitler evitato di informare Mussolini dell’operazione ‘Bianco’ (l’attacco alla Polonia, n.d.r.) gli italiani apparivano ben lieti di firmare con lui un formale patto di alleanza. Il 6 maggio (1939, n.d.r.) Ribbentrop assicurò al ministro degli esteri italiano, Ciano, che l’Italia poteva contare su un periodo di pace di almeno tre anni. Il 22 Ciano venne a Berlino per firmare il patto d’Acciaio e due giorni più tardi, a Roma, il generale Milch firmò un patto separato per l’aviazione. Milch, tuttavia, tornò da Hitler con l’avvertimento che Mussolini aveva sottolineato che l’Italia non sarebbe stata pronta per la guerra fino al 1942. In un memorandum al Führer, anzi, il Duce parlò persino del 1943”.
Verso la fine di agosto, quando Hitler, grazie al fresco patto tedesco sovietico Molotov – Ribbentrop che gli copriva le spalle e gli assicurava gli indispensabili rifornimenti di materiale, aveva predisposto l’attacco alla Polonia, contando anche sul fatto che la presenza dell’Italia al suo fianco, seppur debole militarmente, avrebbe frenato gli anglo francesi dall’attaccarlo, l’Italia si sottrasse agli obblighi che il Patto d’acciaio prevedeva, nella fattispecie all’ “esplosivo” art. 3 che stabiliva l’automatismo dell’intervento italiano a fianco della Germania.
Aveva praticamente prevalso, nelle due nazioni l’interesse nazionale: in Hitler nel non tener conto delle necessità italiane a non essere trascinati in guerra prima di tre anni, come pur si era impegnato a fare, e in Mussolini a non rispettare alla lettera il Patto d’acciaio e quindi scendere in guerra, a prescindere, al fianco della Germania.
Andò a finire che Mussolini, capita l’antifona, dimostrò la sua contrarietà andandosene al mare rendendosi quasi irreperibile. L’Italia, per dichiararsi pronta ad affrontare la guerra, presentò ai tedeschi una pretestuosa richiesta di fornitura di materiali, talmente esagerata, tale da “ammazzare un toro”, come venne definita, ben sapendo che l’impossibilità ad esaudirla gli avrebbe consentito di sottrarsi agli impegni e rifugiarsi nella formula, sia pure poco edificante, della “non belligeranza”.
Ed è quanto accadde una settimana dopo, quando il 1 settembre del 1939 le forze corazzate di Hitler varcarono il confine polacco.
Non possiamo sapere quanto avrebbe potuto frenare gli anglo francesi, il 3 settembre, dal dichiarare guerra alla Germania, se l’Italia avesse fatto la sua parte che il patto di acciaio prevedeva. A nostro avviso la guerra sarebbe ugualmente stata dichiarata dagli occidentali, visto i presupposti che gli stavano a monte.
Tutte queste divergenze tra Italia e Germania, così venute al pettine nel momento decisivo, nascevano da alcuni presupposti geopolitici di enorme rilevanza.
La Germania, infatti, mirava essenzialmente ad un accordo globale su larga scala con gli inglesi, considerati “cugini di razza”, in pratica un connubio tra una grande nazione talassocratica (gli inglesi) ed una grande nazione continentale (i tedeschi), che doveva consentire il dominio dei britannici nell’Impero e il dominio dei tedeschi nel centro Europa. E questa “alleanza”, che Hitler offrì agli inglesi e perseguì ostinatamente almeno fino al 1941, cozzando sempre contro la irriducibile volontà di Churchill di distruggere la Germania, aveva dei presupposti anche di carattere ideologico, configurandosi in una visione geopolitica Euro Atlantica
Ricorda l’aiutante personale di Hitler, Fritz Wiedemann che il Führer ebbe a dire:
“Se dovessi scegliere tra la Gran Bretagna e Mussolini la scelta sarebbe chiara: l’Italia ci è certo ideologicamente più vicina, ma politicamente vedo un futuro solo a fianco della Gran Bretagna”.
Ed erano queste delle scelte che partivano da lontano ed a cui il Führer si attenne sempre. Nel 1928 Hitler scriveva chiaramente che occorreva favorire una intesa con la Gran Bretagna e con il suo Impero, per poter dettare insieme la Storia dell’intero pianeta.
Una intesa con la Gran Bretagna, proprio il nemico principale e irreversibile dell’Italia, quello che osteggiava in ogni modo la nostra presenza in Africa, ci contendeva la “quarta sponda”, pretendeva di dettare legge nel Mediterraneo, area di vitale interesse e competenza del nostro Paese e ci osteggiava parimenti nei Balcani.
Ma tanta era la volontà di Hitler di accordarsi con gli inglesi, che nell’agosto del 1940, in piena guerra comune, il generale Leeb, dopo una conferenza di Hitler ai feldmarescialli di nuova nomina, ebbe a scrivere: “… la Germania non vuole schiacciare la Gran Bretagna perché significherebbe concedere al Giappone l’intero continente, all’Unione Sovietica l’India, all’Italia il Mediterraneo e agli Stati Uniti il commercio globale”.
Ed ancor più esplicitamente Hitler nel 1941, ebbe a sottolineare come le alleanze in atto erano più che altro alleanze di convenienza ed aggiunse: “Il popolo tedesco sa che la nostra alleanza con l’Italia è solo un alleanza tra me e Mussolini. Noi tedeschi abbiamo simpatie solo per la Finlandia. Potremmo trovare qualche simpatia per la Svezia e naturalmente per la Gran Bretagna. Un alleanza tedesco britannica sarebbe un alleanza tra due popoli! La Gran Bretagna dovrebbe soltanto tener giù le mani dall’Europa, potrebbe tenersi il suo Impero, e se lo vuole tutto il mondo”.
Non ci si può quindi meravigliare se Mussolini, in tutti gli anni precedenti al conflitto si era sempre barcamenato per mantenere un certo equilibrio in Europa, conscio che la debolezza strutturale, finanziaria, economica e militare dell’Italia, poteva essere stemperata solo se in Europa non uscisse fuori un dominatore assoluto. Ma a guerra oramai esplosa, oltre all’estendersi del conflitto, Mussolini paventava anche che inglesi e tedeschi si mettessero d’accordo tra loro su dimensioni globali (cosa ben diversa da un accordo, auspicato anche dall’Italia, che evitasse o che interrompesse il conflitto oramai in corso).
A peggiorare le cose, per l’Italia, vi era anche il fatto che la geopolitica tedesca era influenzata da un irriducibile pangermanesimo, oltretutto impostato su basi razziali e dai contenuti in buona parte “biologici” e quindi più che altro confacente al popolo tedesco e non certo all’Italia data la sua composizione etnica alquanto eterogenea.
Queste differenze, alquanto sensibili, non potevano non avere delle gravi ripercussioni negli atteggiamenti del momento e negli eventuali assetti postbellici che si intendeva instaurare in Europa a seguito della vittoria militare.
E non erano soltanto le presunzioni del pangermanesimo da una parte e i limiti del nazionalismo italiano di stampo risorgimentale dall’altra, che tendevano a dividere le politiche della Germania e dell’Italia, influendo le scelte politiche e militari dei due paesi, ma anche un certo substrato ideologico che muoveva Mussolini ed Hitler.
Il primo, mosso da ideali nazionalisti e socialisti, si rispecchiava in una visione, seppur pragmatica del fascismo, che si riconosceva nella forza e nel diritto Imperiale di Roma, teso alla conquista, ma sostanzialmente portato a riassumere nell’idea imperiale altrui genti e nazioni, che venivano così a partecipare, sia pure dietro principi non egualitari, alla manifestazione dell’Impero. Una attuazione di questi principi si era vista, ad esempio, nello sviluppo delle colonie italiane, dove pur dietro doverose norme razziali ed eugenetiche a salvaguardia degli italiani conquistatori, la costruzione di strade, dighe, ponti, ospedali, scuole e quant’altro, andavano anche a vantaggio della arretratissima popolazione locale che ne beneficiava in vari modi.
Il fascismo insomma, in una visione, senza alcuna utopia egualitaria, tendeva all’universale, come dal titolo della importante rivista di Berto Ricci e da qui ne scaturiva, in Mussolini, una visione geopolitica di tendenza e prospettive Euro Asiatiche.
Nel Führer, invece, ma non solo in lui, l’idea di espansione e conquista partiva essenzialmente da basi darwiniste, con una netta distinzione tra la razza germanica, ritenuta razza superiore e le popolazioni conquistate che potevano dividersi tra genti non troppo diverse e quindi in qualche modo assimilabili, e altre considerate subumane per le quali doveva applicarsi una spietata sottomissione.
Né più, né meno, che la prassi imperiale britannica, laddove le popolazioni delle colonie non potevano di certo sperare che gli inglesi si mettessero a costruire infrastrutture per un armonioso sviluppo del posto, se non quelle necessarie per uno spietato sfruttamento delle risorse naturali.
Questa ideologia si giustificava dietro la presunta legge della selezione naturale e quindi della lotta e della sopravvivenza del più forte, per cui ne conseguiva il desiderato di un forzato mantenimento, in uno stato di perenne sfruttamento, delle razze inferiori e sottomesse, facendo si che la loro istruzione non andasse al di la del leggere i cartelli stradali e scrivere semplici annotazioni. La classe dirigente e dominante germanica avrebbe anche dovuto controllare la vendita di alcolici e tabacco e favorire le superstizioni locali che paventavano le vaccinazioni, in modo da limitare al massimo la crescita e l’espansione dei subumani.
Tra questa visione di dominio e l’idea Imperiale di Roma, c’erano quindi delle divergenze non da poco e certi atteggiamenti dei tedeschi, che già si manifestavano nei territori sovietici occupati nel 1941/’42, ebbero sicuramente un peso nella violenta guerriglia partigiana delle popolazioni locali. Era evidente, infatti, che con questi presupposti di brutale sottomissione, ogni abitante di quei territori, comunista o meno che fosse, non poteva che aderire all’appello per la guerra di liberazione invocato da Stalin.
In definitiva questa visione Euro Atlantica nei tedeschi, ostacolò un’ampia strategia finalizzata a far saltare l’Impero Britannico, attaccandolo nel Mediterraneo e nei suoi mandati, protettorati, e colonie in Africa, in Egitto, in Iraq, e nella stessa India.
Del pari però il piccolo nazionalismo, oramai fuori dai tempi dell’Italia, legato ai suoi interessi geopolitici, causò soprattutto l’esplosione e il disastro nei Balcani, quando in base a quella “guerra parallela” perseguita dai nostri comandi, l’Italia andò ad attaccare la Grecia, facendo il gioco degli Inglesi. Era chiaro che l’Italia seguiva una strategia bellica non solo anti britannica, ma in qualche modo anche “anti tedesca” e la costruzione affrettata al Nord Est del famoso “Vallo Littorio”, in faccia ai tedeschi, ne era una dimostrazione.
Pensate che dramma: Mussolini alleato della Germania non poteva che augurarsi il successo militare della stessa, ma al tempo stesso che questo successo non fosse eccessivo; interessato alla pace in Europa, non poteva che sollecitare un accordo – armistizio, ma al tempo stesso che questo “accordo” non fosse un monopolio anglo tedesco proiettato su scala planetaria; e per giunta doveva scendere in guerra per evitare guai maggiori, pur non essendo in grado di affrontare una guerra di quella portata, e così via.
Così Mussolini, durante la nostra non belligeranza, aveva riassunto la nostra situazione a Giuseppe Bottai: “Qui ci sono due imperi in lotta, due leoni. Non abbiamo interesse che stravinca nessuno dei due. Se vincesse l’Inghilterra, non ci lascerebbe che il mare per fare i bagni. Se vincesse la Germania, ne sentiremmo il peso. Si può desiderare che i due leoni si sbranino, fino a lasciare a terra le code, e caso mai, andare a raccoglierle”.
Quando nei giorni successivi al 10 maggio 1940, inizio dell’offensiva tedesca sul fronte occidentale, la Francia crollò inaspettatamente, il nostro intervento non poteva più essere rinviato perché i tedeschi che dal 1938, senza colpo ferire, erano arrivati ai confini del Brennero, si erano riaffacciati anche nell’Adriatico. Nessuno poteva escludere possibili nostalgie, seppur ancora non espresse, oltre che per l’Alto Adige, addirittura per l’asburgico lombardo/veneto, tutte aree geografiche e storiche di vitale interesse italiano che, fatto salvo Hitler che sul Brennero si era sinceramente impegnato, a Vienna e Berlino non avevano mai dimenticato ed è facile prevedere cosa sarebbe accaduto alla morte del Führer. Adesso, spazzata via la Francia, i tedeschi minacciavano una ingerenza anche sul Tirreno, ponendo in forse quegli equilibri che garantivano la nostra geopolitica sul continente (non si dimentichi che l’Alto Adige e lo stesso territorio francese erano per l’Italia una necessaria antemurale a protezione).
Le leggi storiche dimostrano che alleanze ideologiche ed eventuali accordi, da soli, senza esercitare una influenza sul territorio, non sono mai una garanzia.
Dovevamo quindi entrare in guerra subito, pur senza copertura finanziaria e con un esercito non all’altezza, tenendo presente una strategia geopolitica antibritannica, e non poteva essere diversamente vista la irriducibile avversità inglese nei nostri confronti e i loro interessi diametralmente opposti ai nostri nei Balcani, nel Mediterraneo ed in Africa, mantenendosi però, al contempo, distinta e guardinga nei confronti dei tedeschi.
Cosicché, in base ai nostri interessi nazionali, sostanzialmente antibritannici, scegliemmo giustamente di diventare junior partner della Germania, sperando in tal modo di proiettare il futuro geopolitico europeo in una prospettiva euroasiatica. Ma non fu possibile, perché ognuno continuò ad andare per sè.

Maurizio Barozzi
www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10233

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Un pensiero su “Seconda guerra mondiale: le divergenze tra Germania e Italia

  1. bellissima riflessione. credo che il fascismo fosse un qualcosa di sbagliato in partenza, nel senso che si trattava di un movimento di estrema destra campato in aria basti vedere la sottomissione al vaticano!!!!!!!!!!!. Il nazismo era ben diverso. la germania del 1933 era una nazione distrutta (messa non molto meglio dell’italia dell’epoca) della crisi del 29 ma la tenacia di hitler ebbe la meglio su tutto. mussolini e il PNF in generale sbagliarono nel non opporre al razzismo tedesco un altrettanto feroce razzismo italiano nei loro confronti. non importava se si trattava si uno scontro tra teorie biologiche non proprio scientifiche, l’importnate era far sentire gli italiani IMPORTANTI. in fin dei conti la vare razza ariana è creatrice di cultura e di potenza ciò che è stata l’italia fino alla fase preindustriale (invece la razza germanica è imparentata con i slavi e nella loro storia hanno sempre cercato di scimmiottare l’impero romano basti ricordare il loro uso dell’aqulia che tra parentesi dovrebbe essere un simbolo solo italiano). anzi l’unico problema degli italiani stava e STA nella loro divisione interna e nell’incapacità di risolvere la questione meridionale. Il fascismo aveva i messi per risolvere ciò ma lo stesso duce si adagiò sugli allori senza tentare di andare oltre e di ciò stiamo ancora pagando il prezzo delle conseguenze.

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