SCUOLA “DEMOCRATICA”, STUDENTI IN FUGA

 E’ uno specchio della scuola italiana ciò che emerge esaustivamente dall’articolo odierno, di tutto il suo sconquasso che l’avvolge amaramente dal punto di vista etico e ed educativo dei giovani. Una scuola che doveva essere nel tempo “democratica”, accessibile a tutti i livelli a tutti gli studenti affinché si esprimessero le loro attitudini e si rispondesse alle stesse. Le contraddizioni del nostro tempo ovvero di questa “scatola vuota” rappresentata dalla democrazia liberale ha manifestato i suoi antri oscuri, la sua illusione nella quale vivono la maggior parte degli italiani (italioti), la risposta è stata la fuga dalla scuola stessa, gli abbandoni che hanno evidenziato un malessere di un’intera società italiana che non è più oggetto di formazione e accrescimento culturale e spirituale da parte di uno Stato che più non rappresenta l’equilibratore delle forze sociali politiche ed economiche che lo compongono, bensì è il risultato ibrido di una logica aziendalista che pervade le componenti stesse e che non non sono più in grado di esprimere le rispettive potenzialità. Siamo chiamati a una profonda riflessione da cui evincere le opportune soluzioni di tipo socialista nazionale, affinché questo paese ripieno di capacità nel suo insieme il declino che lo vince si contrapponga una mentalità nuova e viva di cui noi “italiani liberi”, ne concepiamo il valore e le qualità.

 E’ più che il referto di una sconfitta quello sulla scuola italiana quello che si legge nel Rapporto Istat 2011 uscito qualche settimana fa. E’ un segnale d’allarme, circa alcuni tratti inquietanti dell’intera società italiana e non soltanto di questa, credo, dal momento che in controluce è facile scorgere, dietro quel referto, una tendenza generale che riguarda tutte le società simili alla nostra.

Già la cifra che più attira l’attenzione è di per sé abbastanza impressionante. Nel 2010 ben il 18,8 per cento degli studenti italiani ha cessato di frequentare la scuola – l’ha “abbandonata”, come si dice – prima di conseguire un diploma d’istruzione media superiore. In tal modo portando a oltre due milioni il numero dei giovani italiani tra i 15 e 29 anni privi di qualsiasi istruzione o formazione professionale nonché di lavoro. Destinati quindi a un avvenire quasi certo di marginalità sociale. Non solo si tratta di una cifra notevolmente superiore alla media europea (14,4 per cento), ma la sua portata appare ancora più negativa quando si pensa che in Sicilia la percentuale degli abbandoni supera il 25 per cento e in regioni come la Puglia, la Campania, la Sardegna, si attesta oltre il 23 per cento.

Se si considerano queste cifre, e poi le altre riguardanti i risultati delle indagini sulle capacità degli studenti italiani rispetto ai loro colleghi stranieri, e poi ancora vi si aggiunge la quotidiana esperienza – in un’aula universitaria, ad esempio, come capita a chi scrive – circa la preparazione dei diplomati sfornati dal nostro sistema scolastico, allora il primo pensiero che viene alla mente è che negli ultimo 40 anni la scuola italiana ha rappresentato una vera apoteosi dell’eterogenesi dei fini. Partita con l’obiettivo di diventare una scuola democratica di massa, garantendo a tutti un’adeguata istruzione secondo le attitudini di ciascuno, nonché la possibilità ai “capaci e meritevoli” di raggiungere i livelli più alti, e dopo essere passata in tutto questo tempo da una riforma “democratica” a un’altra sempre invariabilmente anch’essa tale, oggi, però, quella scuola è costretta a registrare i tassi di abbandono che si sono detti, l’evidente mediocrità dei risultati, il diffussissimo scontento degli insegnanti, il nessun prestigio sociale, il rifiuto degli studenti. Un bel risultato, non c’è che dire.

Ma il rifiuto degli studenti – che è poi la sostanza del fenomeno dell’abbandono – non è colpa solamente della scuola. Dietro c’è qualcosa di molto più vasto, profondo e importante. C’è il fatto che apprendere, impadronirsi di un sapere – cioè quello che si fa a scuola – è un’esperienza che per quanti sforzi si facciano per renderla diversa, ha necessariamente in sé qualcosa di ripetitivo, di faticoso, di non divertente. Apprendere non è “cool”, non è “easy”, non ha niente di “glamour”. Anche perché è una cosa lunga, di piccoli passi, che dura mesi, anni. E’ sempre una cosa incompatibile, insomma, radicalmente incompatibile, con l’aria dei tempi che vuole che tutto si faccia velocemente, schiacciando un bottone, con il semplice sfiorare uno schermo, che le macchine, gli automatismi d’ogni genere, ci forniscano ciò che ci serve. E vuole che tutti sempre ci divertiamo, siamo leggeri, agili, disinvolti,: altro che il patema e magari la brutta figura di un’interrogazione, o la fatica di un compito scritto! Sì, per far esistere la scuola oggi ci vorrebbe ciò che non c’è: docenti che se ne infischino della modernità, famiglie motivatissime, ragazzi senza computer. Ci vorrebbe cioè quello che non può esserci!!!

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Style nel numero di Luglio e Agosto 2011

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